giovedì 16 luglio 2009

Opinioni a confronto

Il 29 giugno scorso è apparso sul Corriere della sera un articolo del presidente della Fondazione Agnelli sul problema della retribuzione degli insegnanti; lo riporto integralmente aggiungendo una mia risposta.

RETRIBUZIONI E QUALITÀ DELL’INSEGNAMENTO
Gli stipendi degli insegnanti?
Da cambiare
ANDREA GAVOSTO



Le retribuzioni degli insegnanti italia­ni seguono un andamento sostanzial­mente «piatto», senza eguali nel re­sto del pubblico impiego: sono, infatti, an­corate in modo rigido ed esclusivo all’anzia­nità di servizio. Ai docenti che producono risultati educativi migliori non viene ricono­sciuto alcun premio. Che così non si favorisca il miglioramen­to della qualità della scuola è ormai convin­zione condivisa. È quindi giunto il momen­to di mettere mano ai criteri di retribuzione degli insegnanti. Di recente ripreso anche dall’Ocse, questo tema è al centro del Rap­porto sulla scuola in Italia della Fondazione Agnelli. A quali principi ispirarsi per fare cresce­re gli stipendi dei docenti in modo non in­differenziato? Uno ovvio, ma disatteso in Italia, è dare più soldi a chi, oltre al solo in­segnamento, si assume responsabilità di ge­stione quotidiana di una scuola o il coordi­namento di specifici progetti. Oggi ciò av­viene in misura irrisoria. Occorre, poi, differenziare le remunera­zioni degli insegnanti per tenere conto del­le differenze territoriali nel costo della vita, delle alternative offerte dal mercato del la­voro e del differente fabbisogno di docenti per diverse materie. Oggi si comincia ad av­vertire una carenza di docenti: per ben 1.500 delle circa 8.000 graduatorie i posti di­sponibili superano o stanno per superare gli insegnanti alla ricerca di un’occupazio­ne. La tendenza è più marcata nel Nord, e soprattutto nelle discipline matematiche, scientifiche e tecniche: la difficoltà a incro­ciare la domanda e l’offerta nella scuola sta diventando sempre più drammatica. La ra­gione è semplice: un giovane laureato in materie scientifiche che lavora fuori della scuola guadagna in media il 30% in più di uno che insegna. La scuola per questi laure­ati non è attraente e, in molti casi, deve ac­contentarsi di chi non ha trovato occupazio­ne altrove. Ma non sono proprio gli apprendimenti matematico-scientifici quelli che in Italia presentano le lacune più gravi e vanno per­ciò rafforzati? Solo adeguando le loro pro­spettive di guadagno, sarà possibile convin­cere i migliori laureati in queste discipline a dedicarsi all’insegnamento. Infine, si dice, va premiato il merito degli insegnanti. Il principio è corretto, ma gene­rico e si presta a un eccesso di retorica. Dif­ferenziare in base ai risultati degli studenti in termini di conoscenze e competenze ap­pare un criterio meglio definito. Si premino allora gli insegnanti di quelle scuole dove i ragazzi ottengono risultati mi­gliori. Si badi: non necessariamente i risul­tati migliori in assoluto; così, infatti, si fini­rebbe per favorire le scuole — tipicamente i licei — frequentate da chi è avvantaggiato dalla provenienza sociale e dal maggior so­stegno della famiglia. Occorre invece valuta­re e premiare i progressi compiuti dai ragaz­zi tenendo conto del loro livello all’ingresso e del loro retroterra economico e culturale, il cosiddetto «valore aggiunto» della singo­la scuola. Così si valorizzerebbe il lavoro de­gli insegnanti anche nelle situazioni meno favorevoli, contribuendo a elevare la quali­tà media del sistema scolastico e ad atte­nuarne gli insostenibili divari territoriali. A chi spetta il premio retributivo assegna­to in base al «valore aggiunto»? Al singolo insegnante o a tutti i docenti di una scuola che realizza buoni e misurabili progressi? Noi crediamo che il progresso scolastico sia innanzitutto frutto di un lavoro di squa­dra. Perciò vanno premiati tutti gli inse­gnanti di quella scuola. Pagare di più gli insegnanti migliori e quelli di cui c’è maggior bisogno — incenti­vando l’ingresso di nuove leve — è una con­dizione necessaria per un progetto di mi­glioramento della qualità della scuola soste­nibile nel tempo.

Direttore Fondazione Giovanni Agnelli
29 giugno 2009






Da quel che leggo, il signor Gavosto non sa nulla di come va la scuola pubblica in Italia! 
Dare più soldi a chi, oltre all'insegnamento, si occupa di gestione e di coordinamento di progetti?!... Ma stiamo scherzando?!
 Innanzitutto, chi si occupa di gestione non fa insegnamento, non può, non ha né il tempo né le energie per insegnare: le due cose sono alquanto incompatibili.
In secondo luogo, solitamente, i collaboratori del preside sono scelti da lui medesimo sulla base di un rapporto di amicizia e di fiducia, qualità che nulla hanno a che fare con il merito professionale... Purtroppo, chi lavora con passione e dedizione, lo fa nel chiuso delle aule e nessuno si degna di riconoscergli alcun merito!

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