mercoledì 8 novembre 2017

Lo stile educativo

La più importante dote di un bravo insegnante, oggi più che mai, non può che essere la cultura, sì, la cultura, la quale rende pressoché inutile insistere su queste o quelle competenze tecniche che l'insegnante deve pur avere, perché si può anche riuscire nell'intento di fornire un quadro di formazione tecnica, ipotizzabile per tutti, ma l'insegnamento non è questo, o quanto meno, non solo questo. Parlo perciò di stile educativo. La stessa pedagogia non serve a formare gli insegnanti e da sempre la cultura è la regola prima del maestro, oltre questa non c'è che l'esercizio magistrale, la professione. E l'esercizio magistrale non si può concepire come applicazione di regole belle e pronte, ma come la stessa cultura nel suo cimento, nella sua adeguazione alla mente del discepolo. Il cimento è vario, nuovo ogni volta, imprevisto e imprevedibile. La classe di un anno non è quella di un altro; cambiano gli alunni, cambia lo stesso insegnante, perché l'uno e l'altro vivono e si trasformano; un alunno non è un altro alunno; il medesimo alunno è in una situazione spirituale sempre in nuovi modi: è la vita così ricca.[1] “Il maestro quindi se ha un'organica cultura trova sempre la sua via, altro che regole! La migliore preparazione del maestro è e sarà sempre una cultura disinteressata non professionale, l'insegnamento non può essere concepito come una vocazione. Infatti che senso ha dire che un uomo può avere la vocazione di figlio, padre, cittadino? Egli si deve proporre nel suo essere uomo, che sappia essere figlio, padre, cittadino. Ecco perché si dovrebbe ridurre la molteplicità degli indirizzi scolastici; per educare l'uomo all'umanità si dovrebbe insegnare l'essenziale in una scuola di cultura. 


[1].  G. Giuseppe Lombardo-Radice, Lezioni di didattica.

venerdì 3 novembre 2017









”Non si insegna quello che si vuole; dirò addirittura che non s'insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: s'insegna e si può insegnare solo quello che si è.” (Jean Jaurés, filosofo e politico francese)

giovedì 24 agosto 2017

Lettera al sindaco del mio paese

Caro Sindaco, la invito a considerare seriamente la condizione in cui versa la popolazione della sua città, denominata "Città dei servizi".
Se lei si decidesse, almeno per una volta, a muoversi a piedi camminando per le vie  e le piazze in questi giorni di gran caldo, si renderebbe conto che l'intero paese necessita di interventi  capillari di manutenzione ordinaria e straordinaria, e soprattutto si renderebbe conto che il livello di vivibilità è ormai bassissimo, per me, a livello zero. Non imputo a lei, naturalmente, la bruttezza naturale dei luoghi: se non ci sono attrattive, e cioè bei palazzi, viali alberati, piazze ordinate e pulite, strade asfaltate e senza buche, non è colpa sua. Ma se c'è una possibilità, sia pur minima, di abbellire o di rendere agevole  anche il gesto più semplice e naturale del mondo che è quello di camminare nelle strade, e lei deliberatamente non lo fa, questo sì, è colpa sua! Se i marciapiedi sono quasi inesistenti e, dove esistono, si rivelano finanche pericolosi, perché costruiti privi di ogni criterio funzionale ed estetico, non è colpa sua, ma lei potrebbe tuttavia intervenire con oculata prontezza là dove necessita un qualsivoglia intervento. Non spetta a me, comune cittadina, suggerire le modalità o i criteri da adottare, ma di sicuro posso dire e ho il diritto di dirlo, che l'ambiente in cui vivo non è per niente sostenibile. Esso non  permette di fruire di alcun vantaggio, non  consente di sviluppare le proprie potenzialità né di condurre una vita relativamente serena e soddisfatta.
Caro Sindaco, qui non c'è una buona qualità di vita: il centro è stretto in una morsa di traffico d'auto caotico e inquinante, le strade chiuse tra asfalto e cemento, dappertutto;  non c'è un albero lungo il corso che faccia un cono d'ombra nelle ore assolate, non c'è un luogo dove poter passeggiare in sicurezza e vedere i bambini correre liberi e felici. L'unica area attrezzata, si fa per dire, è  il giardinetto pubblico, ma neanche qui ci sono alberi a sufficienza che facciano ombra e diano ristoro. I bambini affollano quest'unica area nelle ore serali, ma non si vede mai un anziano seduto a ristorarsi all'ombra di un albero. Ma lei, si rende conto che a Grotta non c'è niente che possa dare un minimo segnale di vivibilità?  Grotta forse è l'unico comune della Provincia a non avere una piscina comunale, un cinema, un teatro, una struttura sportiva degna di questo nome!... Vogliamo ritenere tali servizi non necessari, accessori? E gli spazi verdi?...   Gli spazi verdi urbani, che nel nostro paese sono pressoché inesistenti,  non sono soltanto elementi di abbellimento e di decoro, ma assolvono a molteplici funzioni di natura ambientale, sociale, culturale. Gli spazi verdi migliorano il microclima della città, sono componenti essenziali del paesaggio, rendono possibile uno stile di vita sano, favoriscono le relazioni sociali e la coesione della comunità. Lei si rende conto che una vita sociale rarefatta ed emotivamente negativa è deleteria per i nostri piccoli paesi? In un piccolo paese la qualità della vita si basa soprattutto sull'uso del tempo e sulle relazioni sociali. Senza questi elementi la comunità è morta e non serve destarla una volta all'anno, con il Festone!

martedì 25 luglio 2017

PENSIERINO DELLA SERA

Se riuscissimo a rompere la nostra solitudine e comunicassimo a cuore libero i nostri sentimenti, ci sentiremmo sicuramente meglio in questo sporco mondo! Stiamo tutti soffocando in un mare di indifferenza e di ipocrisia, sordi al richiamo più naturale, che è quello dell'amore e della condivisione con l'altro!

martedì 27 giugno 2017

Raccontare la corruzione

Ho letto il libro di Paolo Saggese, Lettera a un giudice. Racconto fantastico sulla corruzione. Racconta le ingiustizie subite da un uomo qualunque del nostro tempo, un uomo che si impegna, studia e consegue una preparazione ottima per un concorso, ma viene dichiarato inidoneo. Il protagonista è dunque una persona nella quale ognuno di noi si può riconoscere,  in uno  scenario che è il nostro tempo, il nostro paese corrotto, in cui il merito individuale anziché essere apprezzato viene svilito e mortificato. A leggere le pagine del libro sembra  infatti rivivere  esperienze  che ognuno di noi ha vissuto almeno una volta nella vita, direttamente o indirettamente, esperienze divenute ormai così ordinarie da determinare una sorta di assuefazione collettiva. Il tema della corruzione io l'ho sempre percepito come il discrimine tra giustizia e ingiustizia, tra progresso e inciviltà, tra democrazia e sopraffazione dei deboli. Perché, se ci pensate, la corruzione non è altro che l'aspetto formale, talvolta anche garbato di una prevaricazione da parte di una persona o di un gruppo di persone ai danni di chi, pur dotato di conoscenze e competenze non ha nient'altro che queste da mettere in gioco. Il libro racconta con raffinata ironia di un concorso per dirigente truccato in cui si sapeva già all'inizio chi doveva vincere, per ragioni politiche o sindacali. Ma non è solo questo: dietro la delusione e la rabbia di Candido, il protagonista della storia che ingenuamente credeva  che il  suo mondo fosse il migliore dei mondi possibili, c'è poi la consapevolezza che nella nostra Italia, povera e negletta, tutto si basa sulla Raccomandazione, e quindi sugli interessi privati a scapito del bene comune. Tutto il sistema Italia è marcio, ab imis. E' storia vecchia! Povero Candido, mi fa venire in mente il De Sanctis alle prese con una campagna elettorale senza esclusione di colpi, proprio qui, nella nostra provincia, nel lontano 1874! Come non ricordare quel formidabile colloquio notturno con il Teologo "lungo come un palo" nel 4° capitolo del Viaggio elettorale!? Per chi non lo avesse letto, appare in sogno, anzi  in un incubo, al De Sanctis in una notte piena di ansia a Lacedonia, alla vigilia di un importante discorso che avrebbe dovuto tenere nella pubblica piazza, uno strano personaggio del posto, che lui chiama Il Teologo. Il colloquio si risolve, in breve, in una tirata d'orecchie al povero De Sanctis, colpevole di non avere capito la differenza tra il Romanzo che aveva in mente  e la Storia reale del territorio. " Il tuo romanzo ti dice che bisogna tenersela con gli onesti, brava gente ma poltrona e sconclusionata. Ma se vuoi sentire la storia hai a tenertela coi forti, leoni o volpi che siano, i quali meno hanno scrupoli e più sono efficaci, gente come si deve, che ti sa bene ordire le fila..." Come si vede, nulla è cambiato in quasi 150 anni nella mentalità del nostro Paese!  Se ne deduce allora, tornando a Candido e alla sua storia di corruzione,  che se la maggior parte dei concorsi pubblici  in Italia premiano i concorrenti disonesti e cinici, è da ritenere che la maggior parte dei nostri impiegati e funzionari della pubblica amministrazione, ma anche  medici, magistrati, insegnanti siano mediocri e inadeguati. Non tutti, però,  perché qua e là vengono collocati anche  i bravi a fare il lavoro che quelli  incapaci non fanno. La più grande tristezza è  che siamo assuefatti a tale sistema e lottare contro non conviene più a nessuno. Persino nella scuola, che è il luogo per eccellenza deputato alla educazione  per la legalità, sta diventando sempre più diffusa ed anche accettata una pratica che se non è illegale è però illecita e immorale, e disonesta, che è il copiare i compiti alterando e falsando la valutazione dell'insegnante. Solo oggi, dopo tanto tanto tempo trascorso a sublimare la scuola e con essa l'impegno, il sacrificio ("Oggi il sacrificio, domani la gloria" come diceva De Sanctis), ho conseguito la certezza che anche la scuola sta diventando anziché una  fucina  di coscienze, una palestra di scaltrezza, un'arena dove si consuma un gioco di sleale concorrenza fra gli alunni e i docenti e fra gli stessi alunni. In prospettiva,  vedo la scuola di oggi come un non luogo, un po' come i centri commerciali, dove si consuma un fast food di cultura un po' difficile da digerire, ma quasi sempre facile e gioiosa. Allora, se anche la scuola viene meno al suo compito di educare oltreché istruire, la meritocrazia diventerà sempre più un miraggio nella società civile.

mercoledì 21 giugno 2017

VERSETTI QUASI ECOLOGICI

Non uccidete il mare, 
la libellula, il vento. 
Non soffocate il lamento 
(il canto!) del lamantino. 
Il galagone, il pino: 
anche di questo è fatto 
l’uomo. E chi per profitto vile 
fulmina un pesce, un fiume, 
non fatelo cavaliere 
del lavoro. L’amore finisce dove finisce l’erba 
e l’acqua muore. Dove 
sparendo la foresta 
e l’aria verde, chi resta 
sospira nel sempre più vasto 
paese guasto: Come 
potrebbe tornare a essere bella, 
scomparso l’uomo, la terra»
(Giorgio Caproni)

mercoledì 8 marzo 2017

La scuola ingiusta

Ma chi me l’ha fatto fare di insegnare italiano, latino e greco al liceo classico? Perché ho scelto di insegnare matematica e fisica al liceo scientifico, potevo restare al liceo artistico? Sono le domande, a mo’ di lamentela, che si pongono alcuni insegnanti mentre sono sommersi dai compiti scritti che devono periodicamente correggere. Si tratta di un obbligo che non tutti i docenti hanno, ma chi lo deve ottemperare lo svolge senza alcuna retribuzione o riconoscimento di alcun genere. Un lavoro di tantissime ore annue che alcuni insegnanti svolgono “gratis et amore Dei”. 
Perché solo alcuni docenti hanno l’obbligo della correzione delle verifiche scritte, che tra l’altro devono anche preparare e somministrare ai propri alunni? Questo è dovuto al fatto che non tutti i docenti hanno l’obbligo di valutare sia per l’orale che per lo scritto. Infatti ci sono delle discipline che prevedono obbligatoriamente il voto scritto o il voto grafico oltre che quello orale. Per valutare uno scritto o un elaborato grafico, l’insegnante deve dedicare del tempo aggiuntivo oltre quello previsto dall’orario settimanale di lavoro. Qual è la norma che obbliga l’insegnante all’espletamento di questo lavoro aggiuntivo, che è del tutto gratuito? Si tratta dell’art. 29 del contratto collettivo nazionale della scuola, che riguarda le attività funzionali all’insegnamento come la preparazione delle verifiche scritte e la loro correzione. La norma contrattuale è percepita, dai docenti che hanno l’obbligo della verifica scritta, come una vera e propria ingiustizia, perché non riconosce economicamente, un considerevole carico di lavoro aggiuntivo all’attività d’insegnamento. Ma quante ore dedica in media un docente per correggere le prove scritte? In media un insegnante con quattro classi di 25 alunni deve valutare 100 alunni anche nella prova scritta. Tenendo conto che per ogni quadrimestre si somministrano almeno 3 verifiche, un docente che insegna una disciplina come ad esempio italiano o matematica, si trova a dover correggere dai 600 agli 800 elaborati l’anno scolastico. Se poi si aggiunge anche una seconda disciplina per qualche classe, come latino o fisica, si superano anche i 1000 elaborati. Questo carico di lavoro obbligatorio, che non è cogente per tutti i docenti, si traduce in un impegno orario di almeno 250 o 300 ore annue. Se queste ore fossero riconosciute sul piano economico, come sarebbe giusto che fosse, essendo un’attività aggiuntiva e funzionale all’insegnamento, dovrebbero essere retribuite a € 17,50 l’ora, producendo un aumento salariale annuo di oltre 4mila euro lorde. 
Se il sistema degli scatti stipendiali riconosciuti soltanto per anzianità è ormai giunto al capolinea, come sostiene da tempo il ministro dell’Istruzione Giannini, allora bisognerà riconoscere, per un nuovo sistema di avanzamento economico di carriera, anche il lavoro oggettivo e prioritario di chi è chiamato obbligatoriamente a somministrare un congruo numero di prove scritte, ed è poi chiamato a correggerle e valutarle. 
Per ridare dignità al lavoro dei docenti, non si può sottovalutare l’impegno duro e crudo di tutti gli insegnanti che dedicano tantissimi pomeriggi e fine settimana per ottemperare ad un obbligo che per adesso è gratuito. 
Da La Tecnica della scuola