giovedì 24 giugno 2010

Experiri placet

ESAMI DI STATO CONCLUSIVI DEI CORSI DI STUDIO DI ISTRUZIONE
SECONDARIA SUPERIORE
PROVA DI ITALIANO

TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO

Primo Levi
, dalla Prefazione di La ricerca delle radici. Antologia personale, Torino 1981

Poiché dispongo di input ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la proposta di comporre anch’io
un’«antologia personale», non nel senso borgesiano di autoantologia, ma in quello di una raccolta,
retrospettiva e in buona fede, che metta in luce le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto è stato
scritto. L’ho accettata come un esperimento incruento, come ci si sottopone a una batteria di test; perché
placet experiri e per vedere l’effetto che fa.
Volentieri, dunque, ma con qualche riserva e con qualche tristezza. La riserva principale nasce appunto
dal mio ibridismo: ho letto parecchio, ma non credo di stare inscritto nelle cose che ho letto; è probabile che
il mio scrivere risenta più dell’aver io condotto per trent’anni un mestiere tecnico, che non dei libri ingeriti;
perciò l’esperimento è un po’ pasticciato, e i suoi esiti dovranno essere interpretati con precauzione.
Comunque, ho letto molto, soprattutto negli anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono stranamente
lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi. Forse lo
stesso avviene agli animali dalla vita breve e dal ricambio rapido, come i passeri e gli scoiattoli, e in genere a
chi riesce, nell’unità di tempo, a fare e percepire più cose dell’uomo maturo medio: il tempo soggettivo
diventa più lungo.
Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale,
un’abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di
tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura tre libri
contemporaneamente; leggeva «stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi» (Deut. 6.7); si
faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e profonde, che potessero contenere un libro ciascuna.
Aveva due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate; i tre (un ingegnere, un medico, un agente di
borsa) si volevano molto bene, ma si rubavano a vicenda i libri dalle rispettive librerie in tutte le occasioni
possibili. I furti venivano recriminati pro forma, ma di fatto accettati sportivamente, come se ci fosse una
regola non scritta secondo cui chi desidera veramente un libro è ipso facto degno di portarselo via e di
possederlo. Perciò ho trascorso la giovinezza in un ambiente saturo di carta stampata, ed in cui i testi
scolastici erano in minoranza: ho letto anch’io confusamente, senza metodo, secondo il costume di casa, e
devo averne ricavato una certa (eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità della carta stampata, e, come
sottoprodotto, un certo orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono inconsapevolmente preparato a
scrivere, così come il feto di otto mesi sta nell’acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano
qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto. Mi
sembra onesto dirlo chiaramente, in queste «istruzioni per l’uso» della presente antologia.

Giulio Bollati nel 1980 aveva invitato alcuni scrittori italiani a scrivere un'antologia personale non delle opere che avevano scritto, bensì delle letture che erano state per loro fondamentali. Primo Levi rispose scrivendo La ricerca delle radici. L'autore racconta di aver cominciato a leggere sin da piccolo, perché in famiglia si leggeva molto, di tutto e con piacere. Non c'erano dei libri preferiti, si leggeva confusamente, senza metodo, per un'abitudine gratificante, un vizio innocente, una ginnastica mentale che era poi un bisogno di riempire i vuoti del
tempo. Levi ritiene in buona fede che il nocciolo del suo scrivere non è costituito da quanto ha letto, anche se le cose lette riaffiorano nei suoi scritti qua e là, suo malgrado. Egli è invece assolutamente convinto che la sua scrittura risenta più del lavoro di tecnico svolto per più di trent'anni(fu chimico di laboratorio e direttore di fabbrica) piuttosto che dei libri che ha letto in tutta la sua vita. Ammette tuttavia che dalle letture fatte in famiglia ma soprattutto nel tempo del suo apprendistato (di lavoro e di vita) ha ricavato una grande fiducia nella nobiltà della carta stampata e una certa finezza d'ingegno, sicuramente acuita dalle letture.
Se dovesse capitare a me di scegliere i libri che sono stati fondamentali nella mia vita, mi ritroverei negli stessi dubbi e perplessità. Ho letto anch'io senza metodo e in modo più che confuso direi compulsivo e sfrenato, per colmare un bisogno di evasione dalla realtà che ancora oggi mi appartiene. Mi viene da raccontare non tanto degli autori e delle opere dei libri che ho letto, ma invece del mio primo approccio ai libri considerati proibiti ad una ragazzina di 14 anni in cerca di emozioni d'amore. In quarta ginnasiale frequentavo la mia compagna di banco fuori della scuola e lei aveva un fratello più grande, ventenne o anche più, il quale possedeva una collezione di libri di narrativa fatta per corrispondenza. Un giorno m'invitò a casa sua (lei viveva in campagna) e di nascosto mi fece vedere quella magnifica collezione che il fratello teneva custodita come una reliquia. I libri erano tutti della stessa dimensione, allineati con precisione in uno scaffale a tre ripiani. Ricordo la copertina verde con i titoli e gli autori scritti a caratteri d'oro. Me li passava in classe nascosti fra i libri di scuola ed io correvo a casa tutta eccitata per poterli leggere. Credo di averne letto in una sola estate almeno una trentina. Gli autori erano i più disparati: Gabriele D'Annunzio, Guy de Maupassant, Victor Hugo, Honoré de Balzac, Tolstoj, Calvino, e tanti altri. Quali di questi sono stati fondamentali? Tutti.

Nessun commento:

Posta un commento

Puoi lasciare un commento