venerdì 5 marzo 2021

 

DAD o non  DAD, la scuola ha perso.

 

Per la forte incidenza della variante inglese Covid e per l’aumento  esponenziale dei contagi (in Campania si contano  duemilacinquecento casi al giorno), chiudono le scuole di ogni ordine e grado in  quasi tutta l’Italia. Per la  Campania è prevista zona rossa dalla settimana prossima e di conseguenza la chiusura delle scuole d’infanzia, elementari, medie  e superiori, con grande disagio delle famiglie. Penso a quei genitori che dovendo lavorare o in smart working o fuori casa  sono nella complicata situazione di dover badare ai bambini e lavorare nello stesso tempo. Il problema  scuola sta ricadendo in modo pesante sulla fascia di età compresa fra i tre e i tredici anni, ossia scuola d’infanzia e medie. Non riesco infatti ad immaginare come i bambini possano rimanere dietro un monitor per gran parte della mattinata, senza essere seguiti da una persona accanto che li guidi e li porti per mano  verso l’acquisizione della pratica della scrittura e della lettura. E’ una situazione veramente difficile per tutti quella che stiamo vivendo e, se non  si prosegue su larga scala la campagna vaccinale, non so proprio come ne usciremo, soprattutto non saprei quando potrebbe finire quest’incubo che sta incombendo sulle nostre vite.

 Alle superiori la didattica a distanza sta procedendo relativamente bene, se escludiamo i quotidiani problemi di connessione, di audio o di webcamera, ma preoccupa molto  la dispersione di un certo numero di alunni in ogni istituto. Si calcola approssimativamente che almeno  due  o tre ragazzi per classe  hanno smesso di frequentare le lezioni a causa dell’obbligata condivisione di un unico computer con più membri della  famiglia, fratelli o genitori oppure per  la mancanza di uno spazio adeguato, ossia una cameretta personale in cui non ci siano altre persone. A chiedere poi ai ragazzi se la didattica a distanza fornisce un’adeguata preparazione, la risposta è per lo più negativa, soprattutto per la difficoltà di concentrazione nel seguire le lezioni online e per la stanchezza dovuta alle eccessive ore davanti al computer. Intanto, in questo momento non c’è alternativa, la salute e la sicurezza vengono prima di tutto, e la DAD consente quantomeno di mantenere il contatto coi ragazzi e di svolgere i regolari programmi, almeno formalmente.

Il nuovo ministro, Patrizio Bianchi, in qualche intervista rilasciata nei giorni scorsi ha fatto intendere che la scuola dovrà ripartire in presenza quanto prima ed ha dichiarato che al ministero si sta lavorando per investire risorse  in questa fase. La prima operazione è chiaramente la vaccinazione di tutto il personale della scuola, per il dopo si prevedono “ristori” formativi per sopperire alle povertà educative accumulate in tanti mesi di scuola surrettizia. Probabilmente l’anno scolastico si chiuderà più tardi, non prima del 30 giugno, ad esclusione degli studenti che dovranno fare gli esami di terza media  e di quinta superiore. Guardando oltre l’emergenza l’unica novità per il momento è che  la DAD non sarà più un ripiego ma piuttosto sarà considerata come arricchimento ed integrazione per costruire una nuova scuola. Non si parla ancora di innovazioni nei contenuti delle discipline né di stravolgimenti sistemici e strutturali.  Intanto, chi ripaga i ragazzi  del lungo isolamento, della mancanza di contatto fisico, della socialità per loro così fondamentale? Passano da oltre un anno tutto il loro tempo davanti ad un computer, non hanno più la gioia di uscire nel mondo reale accettando le sfide della vita quotidiana, non curano più la propria persona, limitano le loro attività di relazioni fisiche, non praticano sport. Usciranno da questa esperienza con una frattura insanabile nella loro identità sociale.

 

domenica 31 gennaio 2021

Quelli che vanno via

Che pena venire a sapere della morte di un giovane del nostro paese, della nostra Irpinia, che era andato al Nord per un lavoro provvisorio che qui non avrebbe trovato! Che pena, che il giovane sia Domenico Carraro, sensibile e raffinato poeta, schivo, dolce e pieno di sogni e di progetti! Quanti come lui, strappati a questa terra ingrata, ai loro cari, agli amici dovranno ancora emigrare dai nostri paesi in cerca di lavoro?Chi va via paga sempre il prezzo più alto, accettando anche di fare un lavoro molto al di sotto delle proprie aspettative e dei propri meriti . Domenico era laureato in lettere e Filosofia ed aveva accettato di lavorare come collaboratore scolastico in una scuola. Ha trovato la morte lontano da casa, in Val Camonica, per un'assurda fatalità. Se non fosse partito, se fosse rimasto qui, se avesse trovato qui un lavoro, sarebbe vivo, come si fa a non pensarci? 

 Quelli che partono sono quelli che non cedono la propria dignità a chi in queste zone promette posti di lavoro solo nelle campagne elettorali e poi non mantiene le promesse, perché lavoro non ce n'è, o meglio quel poco che c'è viene dato in cambio di pacchetti di voto.

Qui siamo ancora invischiati in quell'informe garbuglio in cui la politica controlla tutto, ogni assunzione, ogni progetto a termine, ogni posto in ospedale, ogni appalto, e chi è dentro il sistema è dentro, chi è fuori è fuori.  

domenica 24 gennaio 2021

FRA DAD e DID NON CI RESTA SCELTA

 L'anno scolastico 2020-2021 sarà ricordato negli annali della storia della pubblica istruzione in Italia. Nel nostro paese la pandemia ha già fatto registrare il più elevato numero di morti rispetto all'Europa e le cause le conosciamo tutti, dopo i tagli drastici che sulla sanità si sono abbattuti negli ultimi decenni.

 La stessa situazione si registra anche nella scuola, attualmente in una situazione di caos organizzativo senza precedenti, che va ad aggiungersi ai pregressi problemi strutturali e di sistema determinati anch'essi da anni di abbandono e di degrado, anche educativo.  I provvedimenti messi in atto finora dal governo per mantenere le scuole aperte e in piena efficienza si sono rivelati inadeguati, se pensiamo che dal mese di marzo 2019 ad oggi non è cambiato nulla in termini di miglioramento dei mezzi di trasporto, che richiedeva l'aggiunta di qualche autobus in fasce orarie differenziate sia per l'andata sia per il rientro a casa dei ragazzi. Sembra oggi che finalmente l'Air Mobilità abbia attuato il piano di trasporti , che dovrebbe partire entro il prossimo 1 febbraio 2021. Si prevede un aumento dei mezzi su strada e del numero delle corse. Si legge che saranno 36 i bus in più previsti dall'azienda dei trasporti con un aumento complessivo di 92 corse complessive in entrata e in uscita. Staremo a vedere se nei trasporti sarà stata colta l'opportunità di rivoluzionare il sistema in provincia di Avellino, che fino a  ora era da Terzo o Quarto mondo. Dunque, si torna a scuola il 1 febbraio dopo tre mesi di DAD. Nella mia scuola avremo didattica in presenza per 12-13 alunni e il rimanente della classe seguirà da casa, si andrà dunque in regime DID (Didattica integrata digitale) e che Dio ce la mandi buona!

Rimane il problema che se per caso dovesse risultare positivo al Covid un alunno, un professore o un qualsiasi altro operatore della scuola, si ritornerà di corsa in DAD. E allora, scuola chiusa, disinfezione degli ambienti, e daccapo! Ma dico io, non si poteva partire da uno screaning per tutto il personale scolastico e per tutti gli alunni prima di farci ritornare in classe? Non si potrebbe modificare l'orario settimanale riducendo ad esempio a tre ore in presenza  più due in remoto nel pomeriggio? Si eviterebbe l'uso prolungato delle mascherine, perché, si sa, in 5 ore di scuola i ragazzi, ma anche gli adulti sono tentati di togliersela per respirare un po', per poter mangiare uno snack oppure prendersi un caffè. Ma perché deve essere tutto così maledettamente complicato? Si dia piena autonomia alle scuole, almeno in questa emergenza! Le situazioni logistiche, ambientali  sono molto diverse, da scuola a scuola. Per quanto mi riguarda, l'uso della DAD ha costituito un'esperienza unica e irripetibile che ha sostituito egregiamente l'insegnamento in presenza, anzi posso dire con certezza che sono riuscita a connettermi emotivamente con i ragazzi trasmettendo loro tranquillità e fiducia, almeno credo.

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mercoledì 9 dicembre 2020

Tutto cambia intorno a noi

Proprio quando la politica italiana  stava uscendo faticosamente dal ventennio berlusconiano, la pandemia da Covid ha fatto emergere con la dirompenza di un terremoto tutte le disfunzioni del sistema Paese, che in tanti anni erano rimaste nascoste. L’abilità di Berlusconi  era consistita nel simulare di fronte alla crisi economica in atto ottimismo a buon prezzo, servendosi del condizionamento mediatico delle sue tv, che hanno per anni massificato verso l’alto i nostri desideri ma anche assecondato gli istinti perversi e beceri mai del tutto sopiti. Mediaset con i suoi frizzanti programmi  aveva ottenebrato le menti e i cuori di milioni di italiani inebetiti dal miraggio di un’Italia festosa e sculettante riportandoci indietro alla Italietta di mussoliniana memoria. Ci costava ancora molta fatica liberarci da questa cappa asfissiante quando, come la provvidenziale peste di Manzoni, è scoppiata la pandemia da corona virus. Improvvisamente essa ci  ha catapultato in una crisi senza precedenti, giacché investe non solo l’economia ma la nostra stessa esistenza,  e a livello planetario. Il virus ci ha messo di fronte al nostro destino: dove stiamo andando? Quale sarà il nostro futuro? La vita che finora abbiamo vissuto non sarà più la stessa: troppe cose stanno cambiando e saranno mutate dopo. Pensiamo al lavoro … Chi poteva mai immaginare che la stragrande maggioranza dei lavoratori nelle imprese private e nella PA avrebbe fatto ricorso allo Smart Working, che si è rivelato, superate le iniziali difficoltà, un’esperienza preziosa? Non è cosa da poco, è  una vera e propria rivoluzione in atto.  Si tratta di un nuovo modello organizzativo che vede l’individuo, il singolo lavoratore in un rapporto diretto con il proprio lavoro di cui vede concretamente i processi e i risultati, mantenendo la propria autonomia, in una dimensione privata, scegliendo gli spazi, gli orari e gli strumenti operativi a suo piacimento.  Secondo me questa nuova modalità lavorativa fa emergere le concrete competenze, e non solo digitali  del lavoratore. Lo stesso si può dire, in parte, della scuola, che con la cosiddetta DAD ha visto  da un lato  lo snaturarsi della sua funzione di luogo deputato alla crescita e alla formazione del futuro cittadino mediante la socialità e la condivisione,  dall’altro fa intravedere le enormi potenzialità operative (naturalmente sulla base di complesse competenze digitali)  che possono trasformare la scuola in una scuola moderna, consona ai tempi. Tutto questo impone alla politica, al governo di fare scelte importanti e veramente democratiche. Il pericolo è che la tecnologia avanzata lasci indietro le fasce sociali più deboli, per la scuola soprattutto, che già in questa fase ha manifestato le disuguaglianze nell’apprendimento dei ragazzi legato inevitabilmente alle condizioni sociali, economiche e culturali delle famiglie dalle quali provengono. Inoltre, se ciascun alunno segue le lezioni dalla sua cameretta , da solo, così come da solo opera dall’altro lato del computer il docente, questa  solitudine alla lunga stressa e induce alla malinconia. I ragazzi infatti spesso appaiono stanchi per le troppe ore trascorse al computer, la mattina seguendo le lezioni, il pomeriggio facendo i compiti. Insomma, il Covid sta cambiando le nostre abitudini, la nostra vita e tutto intorno a noi. Saremo in grado di rinnovarci integralmente senza essere sopraffatti dai cambiamenti?

domenica 22 novembre 2020

A proposito della commemorazione del sisma dell'80

 Nel quarantennale del sisma del 23 novembre 1980 che sconvolse radicalmente la vita delle comunità dell'intera Irpinia, in particolare di Sant'Angelo dei Lombardi, il mio paese, mi sorge spontanea una riflessione sulla situazione attuale, modificata in toto rispetto al "prima " del sisma e non ancora definita rispetto al "dopo" sisma. 

L'immane tragedia che si abbattè allora sulla nostra terra sconvolse non solo i luoghi, gli edifici, il paesaggio, ma soprattutto la nostra anima, la nostra mente, i nostri sentimenti, e per lunghissimo tempo.

In questi quarant'anni abbiamo sperimentato tutte le fasi dell'elaborazione del lutto, per dirla psicanaliticamente. Da una prima reazione di rabbia e di dolore, d'incredulità e di smarrimento, siamo passati a lunghi anni anni di depressione collettiva. Io sono nata e vissuta a Sant'Angelo, anche se sono andata poi ad abitare a Grottaminarda da sposata, ma ho condiviso con la mia gente ogni momento di questa tragica esperienza. Per anni mi sono recata al mio paese ogni volta che potevo e ogni volta rinnovavo il mio dolore alla vista dello strazio percepibile ovunque, nelle strade, nelle case, nelle pietre.

Vedevo la gente annichilita nell'angoscia e nella depressione, inerte, come inebetita, incapace di accettare quanto era accaduto. Oggi, a distanza di 40 anni, nonostante tutto il lavoro di ricostruzione visibile un po' ovunque c'è ancora tanta solitudine, tanta tristezza nell'animo di chi abita qui. Camminando nei vicoli, fa male percepire il rumore dei passi sul selciato, stringe il cuore il rumore assordante del silenzio. L'elaborazione del lutto non si è ancora conclusa, il dolore è divenuto cronico, forse addirittura patologico, sì patologico, e manca la speranza.

I giovani di allora, del 1980, oggi sessantenni, non hanno saputo farsi forza per spingere le nuove generazioni a superare la perdita, non hanno saputo aprire una nuova prospettiva al paese , alla comunità, a tanti giovani  che hanno alla fine abbandonato questi luoghi.

Non si è costruito un nuovo equilibrio che soppiantasse il vecchio, ma tutto è rimasto immobile e sospeso; il paese non ha saputo  riprendere in mano la propria vita, il proprio destino e si è lasciato andare alla rassegnazione, alla solitudine, senza nessuna apertura di orizzonte. 

Di chi è la colpa? Del tempo, innanzitutto, che impietoso travolge ogni cosa in  cambiamenti troppo repentini per questi piccoli paesi che non riescono a stare al passo; della politica, che riflette lo stato degli uomini che la esercitano e di quelli che la subiscono, senza nulla pretendere. A Sant'Angelo in 40 anni non c'è mai stato un ricambio vero nella pubblica amministrazione, parlo di un ricambio non tanto generazionale quanto di uno spirito nuovo, autentico, più dinamico, più consono ai tempi che viviamo. La classe dirigente si è limitata all'ordinario mentre doveva avere una visione più consapevole, più matura, in poche parole straordinaria, per dare al paese, alla gente una seconda vita. La  politica non ha risolto i tanti annosi problemi  del paese, ma si è abbarbicata a una gestione del potere chiuso in se stesso, senza aperture né prospettive. Sic omnia transeunt! 



domenica 1 novembre 2020

La chiusura delle scuole: si può dare un'anima alla DAD

 Leggo su Sole 24 ore che l'interruzione della didattica può avere effetti devastanti sul futuro degli studenti. Anche dal punto di vista economico. Non mi soffermo sull'aspetto economico e vado oltre, collegandomi ai campi di mia più stretta competenza, ossia la didattica e la psicologia che mirano alla formazione dei ragazzi in piena adolescenza.

Sul piano dell'attività didattica dico, come premessa, che mi sto prodigando con tutte le mie risorse per realizzare, per quanto possibile, ciò che è contemplato nel Piano dell'offerta formativa della mia scuola, rispettando punto per punto gli obiettivi stabiliti in termini  di conoscenze, competenze e abilità. Anzi, sul piano delle competenze ci aggiungo quelle di carattere informatico che valgono sia per gli studenti sia per me, che ne ho ricavato un poderoso arricchimento.

Ogni mattina mi preparo come se dovessi andare a scuola agghindandomi ben bene, anche se rimango in ciabatte per tutto il tempo. Ho preteso dai ragazzi che facciano lo stesso, anche se so bene che possono sempre nascondersi dietro la telecamera. Ho prescritto loro una specie di dress code: lavarsi, pettinarsi, rimanere nell'ambito ristretto della propria cameretta o comunque in un angolo appartato e solitario, munirsi di libri, quaderni, matite, evidenziatori, vocabolari. La classe mi chiama alle 8:15 con un caloroso "Buooongioooorno, prof!"

Faccio l'appello, chiedo a tutti di farsi vedere, qualcuno fa il furbo mandando in chat un messaggio che attesta difficoltà di connessione o di microfono o di telecamera. Tutto sommato, risultano però sempre presenti, tranne le solite eccezioni. La sfida quotidiana è non lasciare indietro nessuno. Comincia allora la mia comunicazione, destreggiandomi  tra uno stile colloquiale  ed esperienziale ed uno, diciamo, più  formale. 

Stranamente scopro adesso, per effetto del monitor che fa da schermo, quanto è importante saper comunicare e come il nostro modo di comunicare è unico perché la nostra storia e il nostro modo di dire le cose sono unici. Forse che la DAD riesca a mettere a nudo il saper comunicare in modo autentico e metta in condizione chi ci sta di fronte di ascoltare veramente, anche solo basandosi sulla modulazione della voce? Io sto attenta a come ognuno pronuncia le proprie parole, certi silenzi o pause mi forniscono molte più informazioni di quanto non faccia la stessa parola, e credo che lo stesso facciano loro dall'altra parte.

Io ho un buon rapporto con i miei alunni e la telecamera non m'impedisce di percepire la loro disponibilità ad accettarmi con fiducia e con rispetto. Dai loro silenzi dietro le telecamere sento l'attenzione ad ogni mia parola, il peso che ne danno, il loro bisogno di capire ciò che sta capitando nel mondo, le loro aspettative. Me lo chiedono infatti ogni giorno "prof, ma che sta succedendo? Abbiamo perso la normalità della nostra vita, siamo smarriti, quando finirà tutto questo?

Allora io, pazientemente, riannodo i fili spezzati della nostra comunicazione didattica e con la letteratura c'imbarchiamo ogni giorno alla ricerca di approdi felici!


   

giovedì 17 settembre 2020

Ripensare la scuola al tempo della pandemia da Covid-19

Stiamo vivendo un momento di grande inquietudine della nostra società, che non sarà facile eliminare brevi tempore. La pandemia da Covid ha messo in ginocchio non solo l’economia del paese provocando la chiusura di tante aziende, ma ha fatto anche emergere dal pantano dell’ordinarietà tutte le storture e le inefficienze del sistema Italia, in ogni ambito. Parlando di scuola, che rappresenta sicuramente la parte più significativa perché incide sulla formazione dei futuri cittadini della nazione, si ripropongono problemi decennali mai risolti, e parlo di edifici fatiscenti, di mancanza di aule, di laboratori, di palestre, di docenti di sostegno ai diversamente abili, ma anche di supporto agli alunni e alle famiglie in condizioni di disagio da parte delle ASL locali, di tipo psicologico-sanitario e assistenziale. Insomma, i problemi della scuola sono tanti, troppi per potere crocifiggere l’ultima ministra per inadempienze. In una più ampia visione, però, che possa avere la lungimiranza di una riforma complessiva della scuola, io comincerei a considerare l’opportunità di riorientare i compiti degli insegnanti secondo un’etica di responsabilità, rivolta non solo agli studenti e alle loro famiglie, ma addirittura alla società in generale. Mi ritorna in mente la lezione di F. De Sanctis: “Le scuole stanno come di mezzo tra i sapienti ed il popolo” e contrapponendo moralisticamente i giovani ai vecchi li distingueva come portatori gli uni di idee eterne e celesti gli altri di interessi, per cui diceva ai giovani: “... se voi vi faceste l’eco passionata dell’interesse vestito di passione... voi scendereste infino al popolo, voi usurpereste al popolo, trista usurpazione, la sua leggerezza e ignoranza.” Probabilmente mi si accuserà di pensare ad una scuola ideale distante mille miglia dalla realtà, ma la scuola oggi cosa è diventata? Come forma e come educa le nuove generazioni? Non vediamo forse nella società il dilagare di comportamenti scorretti e sempre più spesso ispirati a violenza gratuita? Non ci accorgiamo che sui social si manifestano ignoranza, protervia, arroganza e chi più ne ha più ne metta di cose negative? La scuola si interroga sul risultato delle sue finalità educative? Cosa manca allora alla scuola di oggi se non la pratica delle buone idee, che rimangono invece in bella mostra su quintali di carte che nessuno legge? Io, come insegnante in un liceo dove pure ci sono tanti studenti eccellenti, motivati e sensibili, vedo il pericolo insito nella pedagogia imperante che è facile, gaia, tutta protesa a vezzeggiare gli alunni più di quanto non facciano già le famiglie. Nella scuola tutto concorre a rendere i giovani sempre più deresponsabilizzati, facilitati nel percorso scolastico da un clima lassista, di gioiosa spensieratezza, dove chi fa e chi non fa avanza allo stesso identico modo, senza lode e senza biasimo. Nel patetico tentativo di rincorrere il nuovo ad ogni costo anche la scuola è caduta nel pantano del consumismo, del tutto facile e subito, mandando in soffitta tutti i valori di una sana educazione. Certo è che l’intera società ricerca l’agiatezza, il comfort ad ogni livello, il divertimento ad oltranza, ma la scuola doveva essere come un faro, una guida, uno sprone al raggiungimento dei più elevati traguardi, ed invece… Invece, non è così. La scuola si adegua al mondo che va in rovina, non crede più in se stessa, smarrisce la propria identità, rincorre modelli alieni alla sua funzione, non sa più qual è la strada maestra, gareggia per un primato di quantità piuttosto che di qualità. E allora si adopera in mille progetti, in tante attività che alla fine sfiancano senza ricadute, se non poche, sulla reale crescita umana e culturale dei ragazzi. Di conseguenza, se la stessa scuola è occupata in attività che distraggono dallo studio vero, come si può immaginare che i ragazzi studino a casa, in proprio, con sacrificio, quando di questo nessuno gliene renderà merito? Diceva G. Lombardo Radice, in un vecchio saggio di pedagogia “Io vedo in ciascun alunno le piaghe morali legate a tutto un modo di essere di una civiltà. E me ne faccio un problema.” Il rischio palese è che la scuola stia diventando un’istituzione senza identità, soppiantata nella sua funzione sociale dai miracoli di Internet, di fronte ai quali i suoi insegnanti vengono mortificati, se non hanno le giuste difese. Gli insegnanti… anche questi non rispondono più da tempo ai canoni dell’educazione sostanziata di principi morali interiorizzati. Oggi sono preferiti i tecnici dell’insegnamento e gli esperti della burocrazia. I nuovi Dirigenti scolastici li privilegiano in quanto questi forniscono supporto alla gestione e organizzazione delle attività; gli altri insegnanti, quelli che trasmettono la propria saggezza ai ragazzi con le strategie messe in atto nella quotidianità del loro lavoro scolastico, sono messi ai margini. Funziona così: la scuola è un enorme carrozzone che deve andare avanti comunque. Gettare un fascio di luce sulla figura di questo insegnante che è assolutamente prioritaria in qualsivoglia processo educativo deve essere il punto di partenza per una nuova scuola. Bisogna quindi ripartire dalla cultura e valorizzarla al meglio nella istituzione che le è propria. Chi, se non l'insegnante colto, sa efficacemente utilizzare le sue conoscenze, sa ricomporre l'unità del sapere e scomporla per offrire agli alunni quei nuclei concettuali fondanti della propria disciplina, che sono poi le strutture culturali di base, che rendono, infine, capacità di analisi e di riflessione? Come non parlare di cultura, di una didattica della cultura, che è la sola in grado di assicurare la formazione della personalità, che mette in condizione il giovane di sapersi porre in relazione con gli altri, le cose, il mondo? E' l'insegnante colto che assicura alla persona la capacità di esprimersi e di comunicare, il gusto delle cose belle, la gioia di impegnarsi a fare, la capacità di osservare con onestà la realtà, l'apertura al mondo e a ciò che va oltre il contingente. “Non si insegna quello che si vuole; dirò addirittura che non s'insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: s'insegna e si può insegnare solo quello che si è” diceva quel Jean Jaurés, filosofo e politico francese. La cultura rende pressoché inutile insistere su queste o quelle competenze tecniche che l'insegnante deve pur avere, perché si può anche riuscire nell'intento di fornire un quadro di formazione tecnica, ipotizzabile per tutti, ma l'insegnamento non è questo, o quanto meno, non solo questo. Parlo perciò di stile educativo. La stessa pedagogia non serve a formare gli insegnanti, da sempre la cultura è la regola prima del maestro, oltre questa non c'è che l'esercizio magistrale, la professione. E “l'esercizio magistrale non si può concepire come applicazione di regole bell’ e pronte, ma come la stessa cultura nel suo cimento, nella sua adeguazione alla mente del discepolo. Il cimento è vario, nuovo ogni volta, imprevisto e imprevedibile. La classe di un anno non è quella di un altro; mutano gli alunni, muta lo stesso insegnante, perché l'uno e l'altro vivono e si trasformano; un alunno non è un altro alunno; il medesimo alunno è in una situazione spirituale sempre in nuovi modi: è la vita così ricca. Il maestro quindi se ha un'organica cultura trova sempre la sua via, altro che regole! La migliore preparazione è e sarà sempre una cultura disinteressata, non professionale, l'insegnamento non può essere concepito come una vocazione. Infatti che senso ha dire che un uomo può avere la vocazione di figlio, padre, cittadino? Egli si deve proporre nel suo essere uomo, che sappia essere figlio, padre, cittadino. Queste le parole di G. Lombardo Radice. Rossana Cetta