domenica 31 gennaio 2021

Quelli che vanno via

Che pena venire a sapere della morte di un giovane del nostro paese, della nostra Irpinia, che era andato al Nord per un lavoro provvisorio che qui non avrebbe trovato! Che pena, che il giovane sia Domenico Carraro, sensibile e raffinato poeta, schivo, dolce e pieno di sogni e di progetti! Quanti come lui, strappati a questa terra ingrata, ai loro cari, agli amici dovranno ancora emigrare dai nostri paesi in cerca di lavoro?Chi va via paga sempre il prezzo più alto, accettando anche di fare un lavoro molto al di sotto delle proprie aspettative e dei propri meriti . Domenico era laureato in lettere e Filosofia ed aveva accettato di lavorare come collaboratore scolastico in una scuola. Ha trovato la morte lontano da casa, in Val Camonica, per un'assurda fatalità. Se non fosse partito, se fosse rimasto qui, se avesse trovato qui un lavoro, sarebbe vivo, come si fa a non pensarci? 

 Quelli che partono sono quelli che non cedono la propria dignità a chi in queste zone promette posti di lavoro solo nelle campagne elettorali e poi non mantiene le promesse, perché lavoro non ce n'è, o meglio quel poco che c'è viene dato in cambio di pacchetti di voto.

Qui siamo ancora invischiati in quell'informe garbuglio in cui la politica controlla tutto, ogni assunzione, ogni progetto a termine, ogni posto in ospedale, ogni appalto, e chi è dentro il sistema è dentro, chi è fuori è fuori.  

domenica 24 gennaio 2021

FRA DAD e DID NON CI RESTA SCELTA

 L'anno scolastico 2020-2021 sarà ricordato negli annali della storia della pubblica istruzione in Italia. Nel nostro paese la pandemia ha già fatto registrare il più elevato numero di morti rispetto all'Europa e le cause le conosciamo tutti, dopo i tagli drastici che sulla sanità si sono abbattuti negli ultimi decenni.

 La stessa situazione si registra anche nella scuola, attualmente in una situazione di caos organizzativo senza precedenti, che va ad aggiungersi ai pregressi problemi strutturali e di sistema determinati anch'essi da anni di abbandono e di degrado, anche educativo.  I provvedimenti messi in atto finora dal governo per mantenere le scuole aperte e in piena efficienza si sono rivelati inadeguati, se pensiamo che dal mese di marzo 2019 ad oggi non è cambiato nulla in termini di miglioramento dei mezzi di trasporto, che richiedeva l'aggiunta di qualche autobus in fasce orarie differenziate sia per l'andata sia per il rientro a casa dei ragazzi. Sembra oggi che finalmente l'Air Mobilità abbia attuato il piano di trasporti , che dovrebbe partire entro il prossimo 1 febbraio 2021. Si prevede un aumento dei mezzi su strada e del numero delle corse. Si legge che saranno 36 i bus in più previsti dall'azienda dei trasporti con un aumento complessivo di 92 corse complessive in entrata e in uscita. Staremo a vedere se nei trasporti sarà stata colta l'opportunità di rivoluzionare il sistema in provincia di Avellino, che fino a  ora era da Terzo o Quarto mondo. Dunque, si torna a scuola il 1 febbraio dopo tre mesi di DAD. Nella mia scuola avremo didattica in presenza per 12-13 alunni e il rimanente della classe seguirà da casa, si andrà dunque in regime DID (Didattica integrata digitale) e che Dio ce la mandi buona!

Rimane il problema che se per caso dovesse risultare positivo al Covid un alunno, un professore o un qualsiasi altro operatore della scuola, si ritornerà di corsa in DAD. E allora, scuola chiusa, disinfezione degli ambienti, e daccapo! Ma dico io, non si poteva partire da uno screaning per tutto il personale scolastico e per tutti gli alunni prima di farci ritornare in classe? Non si potrebbe modificare l'orario settimanale riducendo ad esempio a tre ore in presenza  più due in remoto nel pomeriggio? Si eviterebbe l'uso prolungato delle mascherine, perché, si sa, in 5 ore di scuola i ragazzi, ma anche gli adulti sono tentati di togliersela per respirare un po', per poter mangiare uno snack oppure prendersi un caffè. Ma perché deve essere tutto così maledettamente complicato? Si dia piena autonomia alle scuole, almeno in questa emergenza! Le situazioni logistiche, ambientali  sono molto diverse, da scuola a scuola. Per quanto mi riguarda, l'uso della DAD ha costituito un'esperienza unica e irripetibile che ha sostituito egregiamente l'insegnamento in presenza, anzi posso dire con certezza che sono riuscita a connettermi emotivamente con i ragazzi trasmettendo loro tranquillità e fiducia, almeno credo.

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mercoledì 9 dicembre 2020

Tutto cambia intorno a noi

Proprio quando la politica italiana  stava uscendo faticosamente dal ventennio berlusconiano, la pandemia da Covid ha fatto emergere con la dirompenza di un terremoto tutte le disfunzioni del sistema Paese, che in tanti anni erano rimaste nascoste. L’abilità di Berlusconi  era consistita nel simulare di fronte alla crisi economica in atto ottimismo a buon prezzo, servendosi del condizionamento mediatico delle sue tv, che hanno per anni massificato verso l’alto i nostri desideri ma anche assecondato gli istinti perversi e beceri mai del tutto sopiti. Mediaset con i suoi frizzanti programmi  aveva ottenebrato le menti e i cuori di milioni di italiani inebetiti dal miraggio di un’Italia festosa e sculettante riportandoci indietro alla Italietta di mussoliniana memoria. Ci costava ancora molta fatica liberarci da questa cappa asfissiante quando, come la provvidenziale peste di Manzoni, è scoppiata la pandemia da corona virus. Improvvisamente essa ci  ha catapultato in una crisi senza precedenti, giacché investe non solo l’economia ma la nostra stessa esistenza,  e a livello planetario. Il virus ci ha messo di fronte al nostro destino: dove stiamo andando? Quale sarà il nostro futuro? La vita che finora abbiamo vissuto non sarà più la stessa: troppe cose stanno cambiando e saranno mutate dopo. Pensiamo al lavoro … Chi poteva mai immaginare che la stragrande maggioranza dei lavoratori nelle imprese private e nella PA avrebbe fatto ricorso allo Smart Working, che si è rivelato, superate le iniziali difficoltà, un’esperienza preziosa? Non è cosa da poco, è  una vera e propria rivoluzione in atto.  Si tratta di un nuovo modello organizzativo che vede l’individuo, il singolo lavoratore in un rapporto diretto con il proprio lavoro di cui vede concretamente i processi e i risultati, mantenendo la propria autonomia, in una dimensione privata, scegliendo gli spazi, gli orari e gli strumenti operativi a suo piacimento.  Secondo me questa nuova modalità lavorativa fa emergere le concrete competenze, e non solo digitali  del lavoratore. Lo stesso si può dire, in parte, della scuola, che con la cosiddetta DAD ha visto  da un lato  lo snaturarsi della sua funzione di luogo deputato alla crescita e alla formazione del futuro cittadino mediante la socialità e la condivisione,  dall’altro fa intravedere le enormi potenzialità operative (naturalmente sulla base di complesse competenze digitali)  che possono trasformare la scuola in una scuola moderna, consona ai tempi. Tutto questo impone alla politica, al governo di fare scelte importanti e veramente democratiche. Il pericolo è che la tecnologia avanzata lasci indietro le fasce sociali più deboli, per la scuola soprattutto, che già in questa fase ha manifestato le disuguaglianze nell’apprendimento dei ragazzi legato inevitabilmente alle condizioni sociali, economiche e culturali delle famiglie dalle quali provengono. Inoltre, se ciascun alunno segue le lezioni dalla sua cameretta , da solo, così come da solo opera dall’altro lato del computer il docente, questa  solitudine alla lunga stressa e induce alla malinconia. I ragazzi infatti spesso appaiono stanchi per le troppe ore trascorse al computer, la mattina seguendo le lezioni, il pomeriggio facendo i compiti. Insomma, il Covid sta cambiando le nostre abitudini, la nostra vita e tutto intorno a noi. Saremo in grado di rinnovarci integralmente senza essere sopraffatti dai cambiamenti?

domenica 22 novembre 2020

A proposito della commemorazione del sisma dell'80

 Nel quarantennale del sisma del 23 novembre 1980 che sconvolse radicalmente la vita delle comunità dell'intera Irpinia, in particolare di Sant'Angelo dei Lombardi, il mio paese, mi sorge spontanea una riflessione sulla situazione attuale, modificata in toto rispetto al "prima " del sisma e non ancora definita rispetto al "dopo" sisma. 

L'immane tragedia che si abbattè allora sulla nostra terra sconvolse non solo i luoghi, gli edifici, il paesaggio, ma soprattutto la nostra anima, la nostra mente, i nostri sentimenti, e per lunghissimo tempo.

In questi quarant'anni abbiamo sperimentato tutte le fasi dell'elaborazione del lutto, per dirla psicanaliticamente. Da una prima reazione di rabbia e di dolore, d'incredulità e di smarrimento, siamo passati a lunghi anni anni di depressione collettiva. Io sono nata e vissuta a Sant'Angelo, anche se sono andata poi ad abitare a Grottaminarda da sposata, ma ho condiviso con la mia gente ogni momento di questa tragica esperienza. Per anni mi sono recata al mio paese ogni volta che potevo e ogni volta rinnovavo il mio dolore alla vista dello strazio percepibile ovunque, nelle strade, nelle case, nelle pietre.

Vedevo la gente annichilita nell'angoscia e nella depressione, inerte, come inebetita, incapace di accettare quanto era accaduto. Oggi, a distanza di 40 anni, nonostante tutto il lavoro di ricostruzione visibile un po' ovunque c'è ancora tanta solitudine, tanta tristezza nell'animo di chi abita qui. Camminando nei vicoli, fa male percepire il rumore dei passi sul selciato, stringe il cuore il rumore assordante del silenzio. L'elaborazione del lutto non si è ancora conclusa, il dolore è divenuto cronico, forse addirittura patologico, sì patologico, e manca la speranza.

I giovani di allora, del 1980, oggi sessantenni, non hanno saputo farsi forza per spingere le nuove generazioni a superare la perdita, non hanno saputo aprire una nuova prospettiva al paese , alla comunità, a tanti giovani  che hanno alla fine abbandonato questi luoghi.

Non si è costruito un nuovo equilibrio che soppiantasse il vecchio, ma tutto è rimasto immobile e sospeso; il paese non ha saputo  riprendere in mano la propria vita, il proprio destino e si è lasciato andare alla rassegnazione, alla solitudine, senza nessuna apertura di orizzonte. 

Di chi è la colpa? Del tempo, innanzitutto, che impietoso travolge ogni cosa in  cambiamenti troppo repentini per questi piccoli paesi che non riescono a stare al passo; della politica, che riflette lo stato degli uomini che la esercitano e di quelli che la subiscono, senza nulla pretendere. A Sant'Angelo in 40 anni non c'è mai stato un ricambio vero nella pubblica amministrazione, parlo di un ricambio non tanto generazionale quanto di uno spirito nuovo, autentico, più dinamico, più consono ai tempi che viviamo. La classe dirigente si è limitata all'ordinario mentre doveva avere una visione più consapevole, più matura, in poche parole straordinaria, per dare al paese, alla gente una seconda vita. La  politica non ha risolto i tanti annosi problemi  del paese, ma si è abbarbicata a una gestione del potere chiuso in se stesso, senza aperture né prospettive. Sic omnia transeunt! 



domenica 1 novembre 2020

La chiusura delle scuole: si può dare un'anima alla DAD

 Leggo su Sole 24 ore che l'interruzione della didattica può avere effetti devastanti sul futuro degli studenti. Anche dal punto di vista economico. Non mi soffermo sull'aspetto economico e vado oltre, collegandomi ai campi di mia più stretta competenza, ossia la didattica e la psicologia che mirano alla formazione dei ragazzi in piena adolescenza.

Sul piano dell'attività didattica dico, come premessa, che mi sto prodigando con tutte le mie risorse per realizzare, per quanto possibile, ciò che è contemplato nel Piano dell'offerta formativa della mia scuola, rispettando punto per punto gli obiettivi stabiliti in termini  di conoscenze, competenze e abilità. Anzi, sul piano delle competenze ci aggiungo quelle di carattere informatico che valgono sia per gli studenti sia per me, che ne ho ricavato un poderoso arricchimento.

Ogni mattina mi preparo come se dovessi andare a scuola agghindandomi ben bene, anche se rimango in ciabatte per tutto il tempo. Ho preteso dai ragazzi che facciano lo stesso, anche se so bene che possono sempre nascondersi dietro la telecamera. Ho prescritto loro una specie di dress code: lavarsi, pettinarsi, rimanere nell'ambito ristretto della propria cameretta o comunque in un angolo appartato e solitario, munirsi di libri, quaderni, matite, evidenziatori, vocabolari. La classe mi chiama alle 8:15 con un caloroso "Buooongioooorno, prof!"

Faccio l'appello, chiedo a tutti di farsi vedere, qualcuno fa il furbo mandando in chat un messaggio che attesta difficoltà di connessione o di microfono o di telecamera. Tutto sommato, risultano però sempre presenti, tranne le solite eccezioni. La sfida quotidiana è non lasciare indietro nessuno. Comincia allora la mia comunicazione, destreggiandomi  tra uno stile colloquiale  ed esperienziale ed uno, diciamo, più  formale. 

Stranamente scopro adesso, per effetto del monitor che fa da schermo, quanto è importante saper comunicare e come il nostro modo di comunicare è unico perché la nostra storia e il nostro modo di dire le cose sono unici. Forse che la DAD riesca a mettere a nudo il saper comunicare in modo autentico e metta in condizione chi ci sta di fronte di ascoltare veramente, anche solo basandosi sulla modulazione della voce? Io sto attenta a come ognuno pronuncia le proprie parole, certi silenzi o pause mi forniscono molte più informazioni di quanto non faccia la stessa parola, e credo che lo stesso facciano loro dall'altra parte.

Io ho un buon rapporto con i miei alunni e la telecamera non m'impedisce di percepire la loro disponibilità ad accettarmi con fiducia e con rispetto. Dai loro silenzi dietro le telecamere sento l'attenzione ad ogni mia parola, il peso che ne danno, il loro bisogno di capire ciò che sta capitando nel mondo, le loro aspettative. Me lo chiedono infatti ogni giorno "prof, ma che sta succedendo? Abbiamo perso la normalità della nostra vita, siamo smarriti, quando finirà tutto questo?

Allora io, pazientemente, riannodo i fili spezzati della nostra comunicazione didattica e con la letteratura c'imbarchiamo ogni giorno alla ricerca di approdi felici!


   

giovedì 17 settembre 2020

Ripensare la scuola al tempo della pandemia da Covid-19

Stiamo vivendo un momento di grande inquietudine della nostra società, che non sarà facile eliminare brevi tempore. La pandemia da Covid ha messo in ginocchio non solo l’economia del paese provocando la chiusura di tante aziende, ma ha fatto anche emergere dal pantano dell’ordinarietà tutte le storture e le inefficienze del sistema Italia, in ogni ambito. Parlando di scuola, che rappresenta sicuramente la parte più significativa perché incide sulla formazione dei futuri cittadini della nazione, si ripropongono problemi decennali mai risolti, e parlo di edifici fatiscenti, di mancanza di aule, di laboratori, di palestre, di docenti di sostegno ai diversamente abili, ma anche di supporto agli alunni e alle famiglie in condizioni di disagio da parte delle ASL locali, di tipo psicologico-sanitario e assistenziale. Insomma, i problemi della scuola sono tanti, troppi per potere crocifiggere l’ultima ministra per inadempienze. In una più ampia visione, però, che possa avere la lungimiranza di una riforma complessiva della scuola, io comincerei a considerare l’opportunità di riorientare i compiti degli insegnanti secondo un’etica di responsabilità, rivolta non solo agli studenti e alle loro famiglie, ma addirittura alla società in generale. Mi ritorna in mente la lezione di F. De Sanctis: “Le scuole stanno come di mezzo tra i sapienti ed il popolo” e contrapponendo moralisticamente i giovani ai vecchi li distingueva come portatori gli uni di idee eterne e celesti gli altri di interessi, per cui diceva ai giovani: “... se voi vi faceste l’eco passionata dell’interesse vestito di passione... voi scendereste infino al popolo, voi usurpereste al popolo, trista usurpazione, la sua leggerezza e ignoranza.” Probabilmente mi si accuserà di pensare ad una scuola ideale distante mille miglia dalla realtà, ma la scuola oggi cosa è diventata? Come forma e come educa le nuove generazioni? Non vediamo forse nella società il dilagare di comportamenti scorretti e sempre più spesso ispirati a violenza gratuita? Non ci accorgiamo che sui social si manifestano ignoranza, protervia, arroganza e chi più ne ha più ne metta di cose negative? La scuola si interroga sul risultato delle sue finalità educative? Cosa manca allora alla scuola di oggi se non la pratica delle buone idee, che rimangono invece in bella mostra su quintali di carte che nessuno legge? Io, come insegnante in un liceo dove pure ci sono tanti studenti eccellenti, motivati e sensibili, vedo il pericolo insito nella pedagogia imperante che è facile, gaia, tutta protesa a vezzeggiare gli alunni più di quanto non facciano già le famiglie. Nella scuola tutto concorre a rendere i giovani sempre più deresponsabilizzati, facilitati nel percorso scolastico da un clima lassista, di gioiosa spensieratezza, dove chi fa e chi non fa avanza allo stesso identico modo, senza lode e senza biasimo. Nel patetico tentativo di rincorrere il nuovo ad ogni costo anche la scuola è caduta nel pantano del consumismo, del tutto facile e subito, mandando in soffitta tutti i valori di una sana educazione. Certo è che l’intera società ricerca l’agiatezza, il comfort ad ogni livello, il divertimento ad oltranza, ma la scuola doveva essere come un faro, una guida, uno sprone al raggiungimento dei più elevati traguardi, ed invece… Invece, non è così. La scuola si adegua al mondo che va in rovina, non crede più in se stessa, smarrisce la propria identità, rincorre modelli alieni alla sua funzione, non sa più qual è la strada maestra, gareggia per un primato di quantità piuttosto che di qualità. E allora si adopera in mille progetti, in tante attività che alla fine sfiancano senza ricadute, se non poche, sulla reale crescita umana e culturale dei ragazzi. Di conseguenza, se la stessa scuola è occupata in attività che distraggono dallo studio vero, come si può immaginare che i ragazzi studino a casa, in proprio, con sacrificio, quando di questo nessuno gliene renderà merito? Diceva G. Lombardo Radice, in un vecchio saggio di pedagogia “Io vedo in ciascun alunno le piaghe morali legate a tutto un modo di essere di una civiltà. E me ne faccio un problema.” Il rischio palese è che la scuola stia diventando un’istituzione senza identità, soppiantata nella sua funzione sociale dai miracoli di Internet, di fronte ai quali i suoi insegnanti vengono mortificati, se non hanno le giuste difese. Gli insegnanti… anche questi non rispondono più da tempo ai canoni dell’educazione sostanziata di principi morali interiorizzati. Oggi sono preferiti i tecnici dell’insegnamento e gli esperti della burocrazia. I nuovi Dirigenti scolastici li privilegiano in quanto questi forniscono supporto alla gestione e organizzazione delle attività; gli altri insegnanti, quelli che trasmettono la propria saggezza ai ragazzi con le strategie messe in atto nella quotidianità del loro lavoro scolastico, sono messi ai margini. Funziona così: la scuola è un enorme carrozzone che deve andare avanti comunque. Gettare un fascio di luce sulla figura di questo insegnante che è assolutamente prioritaria in qualsivoglia processo educativo deve essere il punto di partenza per una nuova scuola. Bisogna quindi ripartire dalla cultura e valorizzarla al meglio nella istituzione che le è propria. Chi, se non l'insegnante colto, sa efficacemente utilizzare le sue conoscenze, sa ricomporre l'unità del sapere e scomporla per offrire agli alunni quei nuclei concettuali fondanti della propria disciplina, che sono poi le strutture culturali di base, che rendono, infine, capacità di analisi e di riflessione? Come non parlare di cultura, di una didattica della cultura, che è la sola in grado di assicurare la formazione della personalità, che mette in condizione il giovane di sapersi porre in relazione con gli altri, le cose, il mondo? E' l'insegnante colto che assicura alla persona la capacità di esprimersi e di comunicare, il gusto delle cose belle, la gioia di impegnarsi a fare, la capacità di osservare con onestà la realtà, l'apertura al mondo e a ciò che va oltre il contingente. “Non si insegna quello che si vuole; dirò addirittura che non s'insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: s'insegna e si può insegnare solo quello che si è” diceva quel Jean Jaurés, filosofo e politico francese. La cultura rende pressoché inutile insistere su queste o quelle competenze tecniche che l'insegnante deve pur avere, perché si può anche riuscire nell'intento di fornire un quadro di formazione tecnica, ipotizzabile per tutti, ma l'insegnamento non è questo, o quanto meno, non solo questo. Parlo perciò di stile educativo. La stessa pedagogia non serve a formare gli insegnanti, da sempre la cultura è la regola prima del maestro, oltre questa non c'è che l'esercizio magistrale, la professione. E “l'esercizio magistrale non si può concepire come applicazione di regole bell’ e pronte, ma come la stessa cultura nel suo cimento, nella sua adeguazione alla mente del discepolo. Il cimento è vario, nuovo ogni volta, imprevisto e imprevedibile. La classe di un anno non è quella di un altro; mutano gli alunni, muta lo stesso insegnante, perché l'uno e l'altro vivono e si trasformano; un alunno non è un altro alunno; il medesimo alunno è in una situazione spirituale sempre in nuovi modi: è la vita così ricca. Il maestro quindi se ha un'organica cultura trova sempre la sua via, altro che regole! La migliore preparazione è e sarà sempre una cultura disinteressata, non professionale, l'insegnamento non può essere concepito come una vocazione. Infatti che senso ha dire che un uomo può avere la vocazione di figlio, padre, cittadino? Egli si deve proporre nel suo essere uomo, che sappia essere figlio, padre, cittadino. Queste le parole di G. Lombardo Radice. Rossana Cetta

martedì 8 settembre 2020

Ripensare la scuola al tempo della pandemia da Covid-19 (seconda parte)

Quando si parla di scuola non bisogna mai dimenticare che essa non è un’azienda dove un datore di lavoro distribuisce incarichi e gestisce i propri dipendenti. La scuola è una comunità di uguali che presta un servizio alla collettività, svolge un compito di salute pubblica, che alla fine è una missione. Una missione molto elevata e difficile, poiché presuppone nello stesso tempo, arte, fiducia e amore. Voglio riassumere i tratti essenziali di tale missione, secondo il pensiero di Edgar Morin in LA TESTA BEN FATTA: • Fornire una cultura che permetta di affrontare i problemi fondamentali • Preparare le menti a rispondere alle sfide che pone la crescente complessità dei problemi • Preparare le menti ad affrontare le incertezze, in continuo aumento, non solo facendo conoscere la storia incerta e aleatoria dell’Universo, della vita, dell’Umanità, ma anche favorendo l’intelligenza strategica e la scommessa per un mondo migliore • Educare alla comprensione umana fra vicini e lontani • Insegnare l’appartenenza alla propria storia, alla propria cultura, alla cittadinanza repubblicana e all’Europa • Insegnare la cittadinanza terrestre, proponendo lo studio dell’umanità nella sua unità antropologica e nelle sue diversità individuali e culturali. Queste finalità educative sono legate fra loro e devono nutrirsi a vicenda. Esse devono suscitare la rinascita della cultura attraverso la connessione delle due culture (umanistica e scientifica) e contribuire alla rigenerazione della laicità e alla nascita di una democrazia cognitiva. Ciò premesso, se cambiano le finalità non possono non cambiare radicalmente i modelli organizzativi. Oggi la scuola italiana paga pesantemente lo scotto di riforme inadatte, confuse e aleatorie messe in atto da governi di sinistra e di destra, indifferentemente, da almeno trent’anni. Diciamo che da quando è stata cancellata la riforma Gentile, con la sperimentazione prima del nuovo esame di maturità e poi con tutto ciò che ne è seguito, essa è stata a poco a poco depauperata della sua forza democratica e propulsiva nonché educativa nella società italiana. Ma sorvoliamo su tutto questo, e parliamo di organizzazione interna della struttura scolastica, che per conto sua fa anch’essa molti danni, se non altro favorendo discredito sociale e frustrazione negli insegnanti, quelli veri. Da quando, nel 1997, L’Autonomia è entrata nell’ordinamento giuridico, con il trasferimento alle scuole di un numero crescente di poteri decisionali, nelle scuole di tutta Italia non c’è più pace. Si registra ovunque un parossismo assurdo per il quale si rincorre inutilmente il successo che si misura sul numero dei promossi ogni anno, sui progetti per l’ampliamento dell’Offerta formativa, sulla capacità manageriale del Dirigente e chi più ne ha più ne metta. Basti pensare alla nuova terminologia, al nuovo linguaggio che ha preso piede nella scuola. Un linguaggio prettamente burocratico, privo di sostanza, che si articola in acronimi ridicoli e ridondanti come PAI, PEC, POF, PTOF, PON… Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la scuola buona ed efficiente. Il trasferimento di poteri decisionali dal Ministero alle singole scuole non ha riguardato solamente questioni di natura amministrativa e gestionale, ma ha modificato anche il progetto educativo nel suo insieme e il modo per costruirlo. Il cosiddetto Piano dell’Offerta formativa vede un modello di scuola fortemente diversificato non solo su base regionale, ma addirittura su base territoriale, per cui esistono scuole di eccellenza e scuole abbandonate senza la minima risorsa. Si pensava, al tempo dell’Autonomia, che un’offerta unica ed uguale per tutto il territorio nazionale fosse superata ed anacronistica, eludendo, però, i rischi di un modello educativo differenziato, sia pure solo su base regionale. Come hanno fatto a non pensare al secolare gap tra Nord e Sud del paese? Come hanno potuto concepire un così largo margine a scelte educative fondamentali per le nuove generazioni? Oggi i contenuti e i metodi si adeguano alle idee dei Ds, che si succedono a cadenza triennale quando tutto va bene, alle situazioni politiche nazionali e periferiche, al concorso di volontà, spesso solo sulla carta, all’interno del quale intervengono come attori, oltre agli addetti ai lavori, anche i fruitori del servizio (studenti, famiglie) e gli stakeholder istituzionali e sociali (enti locali, imprese, etc.). La scuola è dunque diventata un sistema organizzativo complesso e tale complessità ha imposto, fra gli altri, il tema del middlemanagement, nato in ambito aziendale nel mondo anglosassone a partire dagli anni Sessanta e poi allargatosi alle pubbliche amministrazioni e di conseguenza alle scuole. In ambito scolastico la conseguenza più vistosa è stata la totale arbitrarietà del Dirigente ad affidare deleghe a docenti scelti non sulla base di specifiche competenze, ma spesso per il solo bisogno di circondarsi di persone compiacenti a suo servizio, anche rispondendo a logiche clientelari proprie della politica. La gestione affidata ad operatori intermedi non funziona, genera disuguaglianze e frustrazioni tra persone di pari dignità, le quali non collaborano volentieri, non si confrontano, accettano supinamente le direttive del dirigente, esposte in un immenso materiale cartaceo fatto di copia e incolla. Negli ultimi tempi questo sistema delle deleghe ha determinato nelle scuole un incremento spaventoso della burocrazia e gli specialisti della burocrazia limitano progressivamente le competenze e le responsabilità di tutti gli operatori della scuola. “Questi sono condannati all’accettazione ignorante delle decisioni di coloro che si ritiene che sappiano, ma la cui intelligenza è spesso miope, perché parcellizzata ed astratta”, come dice E. Morin. Inoltre, l’autorità di questi esperti, che il più delle volte neanche insegnano o non lo fanno bene perché impaludati nelle carte, sta suscitando un deperimento democratico nella scuola, oltre che un decadimento della qualità dell’istruzione. Quale prospettiva per il futuro? Dare maggiori responsabilità ai singoli docenti, dando a ciascuno la facoltà di operare secondo le proprie conoscenze e competenze, nel rispetto delle finalità prefissate dallo Stato uguali per tutti e declinate in obiettivi specifici calibrati sugli alunni delle singole classi. Basta con la burocrazia inutile e dispendiosa nella scuola! Rossana Cetta