giovedì 28 marzo 2019
martedì 5 marzo 2019
L'inganno della parola
Da un po' di tempo in qua non ho voglia di ascoltare le parole che cadono dall'alto, dai pulpiti delle chiese o dalle tribune che ospitino autorità di ogni tipo. Dico addirittura che non ho voglia nemmeno di ascoltare chicchessia, perché ho paura di non essere compresa ma anche di non comprendere il senso che si nasconde dentro le parole. Non credo più nelle parole, neanche in quelle che dicono amore, sincerità, onestà, bontà, bellezza, solidarietà, fratellanza, giustizia, verità... Come sono ingannevoli talvolta queste parole! Un tempo mi esaltavano, mi affascinavano facendomi vibrare le corde del cuore, ora invece ho scoperto in modo palese che esse sono un inganno, che la loro forza non risiede oggettivamente nella loro sostanza, ma diventano forti, minacciose o piene di lusinghe solo grazie a chi le sa sapientemente usare. Non so, forse il mestiere che faccio mi ha reso troppo esigente nell'attribuire un senso preciso ad ogni parola; a furia d'insegnare a capire esattamente ciò che si legge, pretendo lo stesso rigore nelle persone che mi circondano o che incontro per caso. Mi rendo conto, ora e solo ora, di quanto è difficile farsi capire nel modo esatto in cui noi ci percepiamo, non solo perché, come asseriva Pirandello, uno e centomila sono i punti di vista da cui le cose e noi siamo percepiti, ma soprattutto perché alcuni più furbi o più capaci di altri delle parole si sono appropriati imponendo un valore semantico altro, alieno da quello cui eravamo abituati. Oggi siamo diventati tutti un po' schiavi del senso altrui delle parole: chi è abile nell'arte della retorica (che come si sa può essere buona o malvagia) s'impone ed impone il suo linguaggio, le sue parole, il suo valore semantico. Sarebbe bello se quando parliamo o ascoltiamo capissimo la stessa cosa, in modo univoco e chiaro!.. Invece, ogni volta che comunichiamo con qualcuno, scopriamo che non usiamo lo stesso linguaggio e ognuno parla per sé. Siamo, dunque, tutti piegati da un bombardamento di parole che ci piovono addosso da ogni parte, specialmente dai ciarlatani di turno che occupano posti di potere i quali con le parole ingannevoli nascondono le verità e blandiscono gli animi...
giovedì 28 febbraio 2019
Fragilità e civiltà
Senza l’altro non ci sarebbe vita. Vivere significa stare con l’altro, e la vita si fa serena se si coniuga la propria con quella di tutti, per non temere nessuno ed essere potenzialmente aiutato anche da coloro che non si conoscono, che hanno caratteristiche somatiche strane, colori della pelle variegati, ma che sono uomini poiché l’uomo è definito dal pensiero e dalla fragilità, che sono doti della personalità.
La fragilità come forza, e per questo è utile meditare sul potere a cui è giunto il momento attuale, su questa grave malattia dell’uomo.
Questo è l’incipit di una nuova civiltà e solo così si può aprire un tempo sereno per svilupparla, per scoprirla.
La fragilità come forza, e per questo è utile meditare sul potere a cui è giunto il momento attuale, su questa grave malattia dell’uomo.
Questo è l’incipit di una nuova civiltà e solo così si può aprire un tempo sereno per svilupparla, per scoprirla.
Ho avuto voglia di comporre la prima pagina di un libro che mi auguro voluminoso; anzi, ho voluto solo scrivere una parola, fragilità, e poi lasciare che la storia possa aggiungervi il resto. Un libro in cui molti, singolarmente e insieme, dovranno aggiungere altre parole, altri sensi.
Importante è che si cominci, senza usare la gomma per cancellare e il lapis per rifare alcune pagine, per sostituire alcune frasi, poiché il bisogno di correggere che dura ormai da molti decenni ha solo complicato gli errori e garantito di continuare a sbagliare, dal momento che ci sono errori che producono denaro e potere.
È tempo di ripartire e io non so come sarà – se sarà il futuro, conosco il tempo presente e il declino della civiltà che precipita con la velocità di un masso che cade in un vuoto infinito.
Una parola è poco, ma è qualcosa se la si è tirata fuori dal dolore e dalla voglia che l’uomo viva meglio e sia più uomo.
Il rischio attuale è che di umano gli sia rimasta attaccata addosso solo la miseria: un uomo miserabile e infelice, ubriaco di illusioni e di inganni, fatti e subìti.
Non potrò vedere scritte molte pagine di questa nuova storia poiché mi aspetta la morte e l’appuntamento mi troverà sconcertato poiché nel vecchio libro risulta essere la più grave delle ingiustizie e il mistero che più mi indigna. È il momento in cui anche la fragilità muore.
Mi sentirò per un attimo senza la mia fragilità che ho amato e che mi ha aiutato a vivere, ma che non mi serve per morire. (da L'uomo di vetro di Vittorino Andreoli)
venerdì 22 febbraio 2019
MIA SE NE VA...
E' notte fonda. Sono vicino alla mia cagnetta che sta morendo, pulsa il suo respiro affannato di corpo che non si arrende, ma fatalmente si avvicina al buio...
Queste sono le prove tecniche della mia morte, tranquilli, non agognata non cercata, ma che potrebbe avvenire , non so quando né voglio saperlo. Ogni tanto Mia alza la testa, mi guarda poi la riabbassa. Voglio che senta la mia vicinanza, la mia fedeltà inversa. Quanto mi ha dato questo splendido animale! Quanto gli sono grato! La sua dipartita sarà per me momento di tristezza, ma anche di serenità. A volte ci leghiamo ai cani per coprire vuoti, negare le sconfitte, sentirci capo, qualcuno onesto come me ammetterà di aver accettato questo amore, perché d'amore si tratta, per paura...
Là fuori e qui, dentro ognuno di noi, c'è tanto vuoto, tanta miseria! Provo per Mia che sta morendo una grande ammirazione, non si scompone, è riuscita con le sue forze residue a salire sul divano dove per anni ha dormito... ora ha avuto uno scatto, ha fame d'aria; coraggio, piccola mia, tra un po' dormirai per sempre ed io ti ricorderò nel tempo che mi resta da vivere, con grande rispetto, gioia, tenerezza, perché ho dovuto accudirti come avrebbe fatto mia figlia lontana, e questo mi fa onore, mi dà la forza di vivere questi momenti presenti.
Mia sta lentamente (al ritmo del respiro sempre meno evidente) morendo...
(Pubblico con piacere questo scritto per conto di un amico e collega, Rino Compagnone)
mercoledì 16 gennaio 2019
venerdì 16 novembre 2018
giovedì 15 novembre 2018
La vocazione al turismo
Non tutti i paesi
hanno una vocazione al turismo, non solo perché ci sono dei paesi che di bello
non hanno quasi niente e altri belli e ricchi di tesori artistici, ma
soprattutto perché la vocazione, quando non è data in dono dagli dei, è una qualità
che fa leva su particolari competenze. Essa si avvale di una visione strategica
condivisa da una comunità nutrita da un profondo e disinteressato amore per il
proprio paese.
Ho incontrato qualche
giorno fa un’esperta di marketing del turismo la quale si reca nei vari posti, là
dove richiesta, per incontrare Associazioni o gruppi di cittadini operanti sul
territorio a vario titolo con l’obiettivo di insegnare loro come si promuove e,
prima, come si valorizza un territorio, anche se apparentemente privo di ogni
attrattiva. A me, che sono del secolo passato, l’espressione marketing per la
verità fa un po’ orrore, non mi piace, tuttavia convengo nel ritenere tale
disciplina o scienza, non so, al passo con i tempi e perciò necessaria. E però,
non bisogna fare del marketing l’obiettivo principale, ovvero confonderlo
facendolo diventare da mezzo fine. Un luogo, ad esempio un paese o una parte di
esso, non può essere considerato alla stregua di una merce da proporre a
clienti, perché esso è fatto in primo luogo di persone che lì ci abitano, ci
vivono, hanno le loro radici, i loro bisogni che sono in primo luogo di
appartenenza, d’identità. Un luogo è dunque fatto di spirito oltre che di
materia, è fatto di profumi, di sensazioni, di ricordi, di memorie collettive
ed individuali. Di conseguenza, non si può privilegiare un luogo specifico
deputato al turismo sul quale concentrare investimenti e promozione così da
renderlo bello, brillante ed attraente lasciando poi tutto il resto del territorio
nel degrado e nell’abbandono. Così facendo si rischia di proporre al turista
una specie di artificiosa immersione in posti tenuti accuratamente isolati
dalle parti degradate che li circonda. Quello che voglio dire è che il turismo
comincia dall’amore per il territorio. Se infatti vai in un posto attraente,
pulito e accogliente e non invece in un luogo devastato dalle pale eoliche o da
squallidissimi capannoni industriali, tu ci vuoi rimanere, ci stai bene ed
invogli gli altri ad andarci. E’ semplice, no? Ma quale turismo si può
concepire se non si comincia da qui, da un ambiente generale risanato che si fa
raccontare, che accoglie sempre e non solo nei grandi eventi mistificatori e
vanagloriosi? L’asset fondamentale del turismo è insomma l’intero territorio e
insieme un esercito di persone in grado di accogliere spontaneamente
trasmettendo amore, conoscenza e memorie di una intera comunità.
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