Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la
data 17 maggio 2157, scrisse: "Oggi Tommy ha trovato un vero libro!"
Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand'era
bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c'era stata un'epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta.
Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere
parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com'era previsto che facessero: su
uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c'erano
le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta - Mamma mia, che spreco - disse Tommy. - Quando uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?
- Lo stesso vale per il mio - disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva
visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici.
- Dove l'hai trovato? - gli domandò,
- In casa. - Indicò senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. - In solaio.
- Di cosa parla?
- Di scuola.
- Di scuola? - Il tono di Margie era sprezzante. - Cosa c'è da scrivere, sulla scuola?
Io, la scuola, la odio.
Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L'insegnante
meccanico le aveva assegnato un test dopo l'altro di geografia, e lei aveva risposto
sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a
chiamare l'Ispettore della Contea.
Era un omino tondo tondo, l'Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di
arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela,
poi aveva smontato l'insegnante in tanti pezzi.
Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo
sapeva e, in poco più di un'ora, l'insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande.
Ma non era quello, il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura
dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro
meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.
L'ispettore aveva sorriso, una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di
Margie. Alla mamma aveva detto: - Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo
me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a
volte. L'ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l'andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente. - E aveva fatto un'altra carezza sulla testa a Margie.
Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l'insegnante, per ripararlo
in officina. Una volta s'erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il
settore storia era andato completamente a pallino.
Così, disse a Tommy: - Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro
sulla scuola?
Tommy la squadrò con aria di superiorità. - Ma non è una scuola come la nostra,
stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l'avevano centinaia e centinaia di anni fa. - Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. - Secoli fa.
Margie era offesa. - Be' io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo
fa. - Per un po' continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: - In ogni modo, avevano un maestro.
- Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.
- Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?
- Be', spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e
faceva delle domande.
- Un uomo non è abbastanza in gamba.
- Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.
- Ma va'! Un uomo non può saperne quanto un maestro.
- Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto.
Margie non era preparata a mettere in dubbio quell'affermazione. Disse. - Io non
ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.
Tommy rise a più non posso. - Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non
vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.
- E imparavano tutti la stessa cosa?
- Certo, se avevano la stessa età.
- Ma la mia mamma dice che un insegnante dev'essere regolato perché si adatti
alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in
modo diverso.
- Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere
il libro.
- Non ho detto che non mi va, io - Sì affrettò a precisare Margie. Certo che voleva
leggere di quelle buffe scuole.
Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: - Margie!
A scuola!
Margie guardò in su. - Non ancora, mamma.
- Subito! - disse la signora Jones. - E sarà ora di scuola anche per Tommy,
probabilmente.
Margie disse a Tommy: - Posso leggere ancora un po' il libro con te, dopo la
scuola?
- Vedremo - rispose lui, con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio
libro polveroso stretto sotto il braccio.
Margie se ne andò in classe. L'aula era proprio accanto alla sua cameretta, e
l'insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre
alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari.
Lo schermo era illuminato e diceva - Oggi la lezione di aritmetica è sull'addizione
delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell'apposita fessura.
Margie obbedì, con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c'erano
quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato,
ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare.
E i maestri erano persone...
L'insegnante meccanico faceva lampeggiare sullo schermo: - Quando
addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4...
Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la
scuola. Chissà, stava pensando, come si divertivano!
Isaac Asimov, Chissà come si divertivano!, Tutti i racconti, Arnoldo Mondadori, Milano, 1991
Titolo originale: Isaac Asimov , The Fun They Had!, in Magazine of Fantasy and S.F., 1954
venerdì 30 luglio 2010
giovedì 15 luglio 2010
La crisi e il Sud
Se parliamo di crisi e l'associamo al Sud, non possiamo non porre l’accento sulla fuga dei cervelli dal Meridione d’Italia che, tra le altre cose, induce una carenza di capitale umano in grado di sviluppare progettualità per il rilancio economico del Sud. Il tema quindi si configura come estremamente complesso ed ingloba al suo interno altre problematiche quali il rapporto crisi e giovani, con riferimento alle conseguenze della crisi sulle famiglie, sul rapporto inter-generazionale, etc. Si potrebbe ancora aggiungere a tutto questo un'ulteriore complessità parlando di crisi e politica, ponendo l’accento sulla crisi della leadership nell’Europa Occidentale, ma non andremmo a parare da nessuna parte, se non focalizzassimo l'attenzione sulla questio prima, cioè la questione morale.
E' inutile girare intorno nella ricerca di attenuanti o di giustificazioni, la crisi nel Sud si configura soprattutto come corruzione, inefficienza del sistema, malaffare, collusione fra politici, mafiosi e camorristi, gestione clientelare del potere. Mi si dirà che tutto questo è ormai la politica nazionale, d'accordo! Ma nel Sud ha provocato effetti devastanti, non solo perchè ha impedito la crescita e lo sviluppo di una sana classe dirigente, capace di spendersi e di spendere le innumerevoli risorse materiali e umane per lo sviluppo del territorio, ma, cosa di per sé gravissima, ha indotto una mentalità passiva e inoperosa inculcando una pedagogia incivile, rozza e parassitaria. E' naturale quindi che i giovani, i quali non possono più godere dei benefici dei padri, vadano via, in cerca di un lavoro che nel Sud non c'è, perché il tempo delle vacche grasse è finito.
Quelli che vanno via, però, inevitabilmente, sono quelli che hanno più speranze, più energie da spendere, maggiore potenziale di progettualità, per cui il Sud viene sempre più deprivato delle sue forze migliori. Necessario è allora un ritorno alla legalità e ad una vita politica e sociale fondata sui sacri valori dell'etica, della cultura e della giustizia. Da dove cominciare?... Da Guido Dorso, per esempio:
«Le più grandi rivoluzioni si operano, prima ancora che nei fatti, nel campo delle idee e prima ancora che nelle masse, nel ristretto campo dei cenacoli intellettuali, ove germinano e si educano i nuovi condottieri»
Guido Dorso
E' inutile girare intorno nella ricerca di attenuanti o di giustificazioni, la crisi nel Sud si configura soprattutto come corruzione, inefficienza del sistema, malaffare, collusione fra politici, mafiosi e camorristi, gestione clientelare del potere. Mi si dirà che tutto questo è ormai la politica nazionale, d'accordo! Ma nel Sud ha provocato effetti devastanti, non solo perchè ha impedito la crescita e lo sviluppo di una sana classe dirigente, capace di spendersi e di spendere le innumerevoli risorse materiali e umane per lo sviluppo del territorio, ma, cosa di per sé gravissima, ha indotto una mentalità passiva e inoperosa inculcando una pedagogia incivile, rozza e parassitaria. E' naturale quindi che i giovani, i quali non possono più godere dei benefici dei padri, vadano via, in cerca di un lavoro che nel Sud non c'è, perché il tempo delle vacche grasse è finito.
Quelli che vanno via, però, inevitabilmente, sono quelli che hanno più speranze, più energie da spendere, maggiore potenziale di progettualità, per cui il Sud viene sempre più deprivato delle sue forze migliori. Necessario è allora un ritorno alla legalità e ad una vita politica e sociale fondata sui sacri valori dell'etica, della cultura e della giustizia. Da dove cominciare?... Da Guido Dorso, per esempio:
«Le più grandi rivoluzioni si operano, prima ancora che nei fatti, nel campo delle idee e prima ancora che nelle masse, nel ristretto campo dei cenacoli intellettuali, ove germinano e si educano i nuovi condottieri»
Guido Dorso
mercoledì 30 giugno 2010
Le gioie più naturali
«I filosofi ed i sinonimisti vi spiegano con paziente sollecitudine la differenza precisa che passa fra la giustizia, la
bontà e il dovere; ma voi stessi potete persuadervi che essi fabbricano un mondo di carta pesta. Ciò che è giusto è
buono, ciò che è dovere è giustizia, e ciò che si deve fare è ciò che è giusto e buono. Ma non vedete voi il circolo
eterno del cosmo, la volta infinita del cielo che non comincia in un alcun luogo e mai non finisce? Studiate il
cerchio, perché in verità vi dico che la sua geometria morale abbraccia la storia del mondo. Le gioie della
giustizia e del dovere esercitano la più benefica influenza sulla felicità della vita e, rendendoci calmi e soddisfatti
nel presente, ci preparano un avvenire felice. Chi possiede maggiori ricchezze di fortuna, di mente e di cuore, ha
anche maggiori doveri da esercitare; ma tutti gli uomini, purché abbiano soltanto un’individualità morale, devono
essere giusti e buoni, e devono quindi rendersi degni di gustare queste gioie sublimi.»
Paolo MANTEGAZZA, Fisiologia del piacere, 1992 (1ª edizione 1854
bontà e il dovere; ma voi stessi potete persuadervi che essi fabbricano un mondo di carta pesta. Ciò che è giusto è
buono, ciò che è dovere è giustizia, e ciò che si deve fare è ciò che è giusto e buono. Ma non vedete voi il circolo
eterno del cosmo, la volta infinita del cielo che non comincia in un alcun luogo e mai non finisce? Studiate il
cerchio, perché in verità vi dico che la sua geometria morale abbraccia la storia del mondo. Le gioie della
giustizia e del dovere esercitano la più benefica influenza sulla felicità della vita e, rendendoci calmi e soddisfatti
nel presente, ci preparano un avvenire felice. Chi possiede maggiori ricchezze di fortuna, di mente e di cuore, ha
anche maggiori doveri da esercitare; ma tutti gli uomini, purché abbiano soltanto un’individualità morale, devono
essere giusti e buoni, e devono quindi rendersi degni di gustare queste gioie sublimi.»
Paolo MANTEGAZZA, Fisiologia del piacere, 1992 (1ª edizione 1854
martedì 29 giugno 2010
Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla - unita ebbrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l'altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch'io son parte.
Umberto Saba.
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l'amara luce.
Il compagno in ginocchio che l'induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla - unita ebbrezza - par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l'odio consuma e l'amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l'altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasto sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch'io son parte.
Umberto Saba.
giovedì 24 giugno 2010
Experiri placet
ESAMI DI STATO CONCLUSIVI DEI CORSI DI STUDIO DI ISTRUZIONE
SECONDARIA SUPERIORE
PROVA DI ITALIANO
TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO
Primo Levi, dalla Prefazione di La ricerca delle radici. Antologia personale, Torino 1981
Poiché dispongo di input ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la proposta di comporre anch’io
un’«antologia personale», non nel senso borgesiano di autoantologia, ma in quello di una raccolta,
retrospettiva e in buona fede, che metta in luce le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto è stato
scritto. L’ho accettata come un esperimento incruento, come ci si sottopone a una batteria di test; perché
placet experiri e per vedere l’effetto che fa.
Volentieri, dunque, ma con qualche riserva e con qualche tristezza. La riserva principale nasce appunto
dal mio ibridismo: ho letto parecchio, ma non credo di stare inscritto nelle cose che ho letto; è probabile che
il mio scrivere risenta più dell’aver io condotto per trent’anni un mestiere tecnico, che non dei libri ingeriti;
perciò l’esperimento è un po’ pasticciato, e i suoi esiti dovranno essere interpretati con precauzione.
Comunque, ho letto molto, soprattutto negli anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono stranamente
lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi. Forse lo
stesso avviene agli animali dalla vita breve e dal ricambio rapido, come i passeri e gli scoiattoli, e in genere a
chi riesce, nell’unità di tempo, a fare e percepire più cose dell’uomo maturo medio: il tempo soggettivo
diventa più lungo.
Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale,
un’abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di
tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura tre libri
contemporaneamente; leggeva «stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi» (Deut. 6.7); si
faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e profonde, che potessero contenere un libro ciascuna.
Aveva due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate; i tre (un ingegnere, un medico, un agente di
borsa) si volevano molto bene, ma si rubavano a vicenda i libri dalle rispettive librerie in tutte le occasioni
possibili. I furti venivano recriminati pro forma, ma di fatto accettati sportivamente, come se ci fosse una
regola non scritta secondo cui chi desidera veramente un libro è ipso facto degno di portarselo via e di
possederlo. Perciò ho trascorso la giovinezza in un ambiente saturo di carta stampata, ed in cui i testi
scolastici erano in minoranza: ho letto anch’io confusamente, senza metodo, secondo il costume di casa, e
devo averne ricavato una certa (eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità della carta stampata, e, come
sottoprodotto, un certo orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono inconsapevolmente preparato a
scrivere, così come il feto di otto mesi sta nell’acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano
qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto. Mi
sembra onesto dirlo chiaramente, in queste «istruzioni per l’uso» della presente antologia.
Giulio Bollati nel 1980 aveva invitato alcuni scrittori italiani a scrivere un'antologia personale non delle opere che avevano scritto, bensì delle letture che erano state per loro fondamentali. Primo Levi rispose scrivendo La ricerca delle radici. L'autore racconta di aver cominciato a leggere sin da piccolo, perché in famiglia si leggeva molto, di tutto e con piacere. Non c'erano dei libri preferiti, si leggeva confusamente, senza metodo, per un'abitudine gratificante, un vizio innocente, una ginnastica mentale che era poi un bisogno di riempire i vuoti del
tempo. Levi ritiene in buona fede che il nocciolo del suo scrivere non è costituito da quanto ha letto, anche se le cose lette riaffiorano nei suoi scritti qua e là, suo malgrado. Egli è invece assolutamente convinto che la sua scrittura risenta più del lavoro di tecnico svolto per più di trent'anni(fu chimico di laboratorio e direttore di fabbrica) piuttosto che dei libri che ha letto in tutta la sua vita. Ammette tuttavia che dalle letture fatte in famiglia ma soprattutto nel tempo del suo apprendistato (di lavoro e di vita) ha ricavato una grande fiducia nella nobiltà della carta stampata e una certa finezza d'ingegno, sicuramente acuita dalle letture.
Se dovesse capitare a me di scegliere i libri che sono stati fondamentali nella mia vita, mi ritroverei negli stessi dubbi e perplessità. Ho letto anch'io senza metodo e in modo più che confuso direi compulsivo e sfrenato, per colmare un bisogno di evasione dalla realtà che ancora oggi mi appartiene. Mi viene da raccontare non tanto degli autori e delle opere dei libri che ho letto, ma invece del mio primo approccio ai libri considerati proibiti ad una ragazzina di 14 anni in cerca di emozioni d'amore. In quarta ginnasiale frequentavo la mia compagna di banco fuori della scuola e lei aveva un fratello più grande, ventenne o anche più, il quale possedeva una collezione di libri di narrativa fatta per corrispondenza. Un giorno m'invitò a casa sua (lei viveva in campagna) e di nascosto mi fece vedere quella magnifica collezione che il fratello teneva custodita come una reliquia. I libri erano tutti della stessa dimensione, allineati con precisione in uno scaffale a tre ripiani. Ricordo la copertina verde con i titoli e gli autori scritti a caratteri d'oro. Me li passava in classe nascosti fra i libri di scuola ed io correvo a casa tutta eccitata per poterli leggere. Credo di averne letto in una sola estate almeno una trentina. Gli autori erano i più disparati: Gabriele D'Annunzio, Guy de Maupassant, Victor Hugo, Honoré de Balzac, Tolstoj, Calvino, e tanti altri. Quali di questi sono stati fondamentali? Tutti.
SECONDARIA SUPERIORE
PROVA DI ITALIANO
TIPOLOGIA A - ANALISI DEL TESTO
Primo Levi, dalla Prefazione di La ricerca delle radici. Antologia personale, Torino 1981
Poiché dispongo di input ibridi, ho accettato volentieri e con curiosità la proposta di comporre anch’io
un’«antologia personale», non nel senso borgesiano di autoantologia, ma in quello di una raccolta,
retrospettiva e in buona fede, che metta in luce le eventuali tracce di quanto è stato letto su quanto è stato
scritto. L’ho accettata come un esperimento incruento, come ci si sottopone a una batteria di test; perché
placet experiri e per vedere l’effetto che fa.
Volentieri, dunque, ma con qualche riserva e con qualche tristezza. La riserva principale nasce appunto
dal mio ibridismo: ho letto parecchio, ma non credo di stare inscritto nelle cose che ho letto; è probabile che
il mio scrivere risenta più dell’aver io condotto per trent’anni un mestiere tecnico, che non dei libri ingeriti;
perciò l’esperimento è un po’ pasticciato, e i suoi esiti dovranno essere interpretati con precauzione.
Comunque, ho letto molto, soprattutto negli anni di apprendistato, che nel ricordo mi appaiono stranamente
lunghi; come se il tempo, allora, fosse stirato come un elastico, fino a raddoppiarsi, a triplicarsi. Forse lo
stesso avviene agli animali dalla vita breve e dal ricambio rapido, come i passeri e gli scoiattoli, e in genere a
chi riesce, nell’unità di tempo, a fare e percepire più cose dell’uomo maturo medio: il tempo soggettivo
diventa più lungo.
Ho letto molto perché appartenevo a una famiglia in cui leggere era un vizio innocente e tradizionale,
un’abitudine gratificante, una ginnastica mentale, un modo obbligatorio e compulsivo di riempire i vuoti di
tempo, e una sorta di fata morgana nella direzione della sapienza. Mio padre aveva sempre in lettura tre libri
contemporaneamente; leggeva «stando in casa, andando per via, coricandosi e alzandosi» (Deut. 6.7); si
faceva cucire dal sarto giacche con tasche larghe e profonde, che potessero contenere un libro ciascuna.
Aveva due fratelli altrettanto avidi di letture indiscriminate; i tre (un ingegnere, un medico, un agente di
borsa) si volevano molto bene, ma si rubavano a vicenda i libri dalle rispettive librerie in tutte le occasioni
possibili. I furti venivano recriminati pro forma, ma di fatto accettati sportivamente, come se ci fosse una
regola non scritta secondo cui chi desidera veramente un libro è ipso facto degno di portarselo via e di
possederlo. Perciò ho trascorso la giovinezza in un ambiente saturo di carta stampata, ed in cui i testi
scolastici erano in minoranza: ho letto anch’io confusamente, senza metodo, secondo il costume di casa, e
devo averne ricavato una certa (eccessiva) fiducia nella nobiltà e necessità della carta stampata, e, come
sottoprodotto, un certo orecchio e un certo fiuto. Forse, leggendo, mi sono inconsapevolmente preparato a
scrivere, così come il feto di otto mesi sta nell’acqua ma si prepara a respirare; forse le cose lette riaffiorano
qua e là nelle pagine che poi ho scritto, ma il nocciolo del mio scrivere non è costituito da quanto ho letto. Mi
sembra onesto dirlo chiaramente, in queste «istruzioni per l’uso» della presente antologia.
Giulio Bollati nel 1980 aveva invitato alcuni scrittori italiani a scrivere un'antologia personale non delle opere che avevano scritto, bensì delle letture che erano state per loro fondamentali. Primo Levi rispose scrivendo La ricerca delle radici. L'autore racconta di aver cominciato a leggere sin da piccolo, perché in famiglia si leggeva molto, di tutto e con piacere. Non c'erano dei libri preferiti, si leggeva confusamente, senza metodo, per un'abitudine gratificante, un vizio innocente, una ginnastica mentale che era poi un bisogno di riempire i vuoti del
tempo. Levi ritiene in buona fede che il nocciolo del suo scrivere non è costituito da quanto ha letto, anche se le cose lette riaffiorano nei suoi scritti qua e là, suo malgrado. Egli è invece assolutamente convinto che la sua scrittura risenta più del lavoro di tecnico svolto per più di trent'anni(fu chimico di laboratorio e direttore di fabbrica) piuttosto che dei libri che ha letto in tutta la sua vita. Ammette tuttavia che dalle letture fatte in famiglia ma soprattutto nel tempo del suo apprendistato (di lavoro e di vita) ha ricavato una grande fiducia nella nobiltà della carta stampata e una certa finezza d'ingegno, sicuramente acuita dalle letture.
Se dovesse capitare a me di scegliere i libri che sono stati fondamentali nella mia vita, mi ritroverei negli stessi dubbi e perplessità. Ho letto anch'io senza metodo e in modo più che confuso direi compulsivo e sfrenato, per colmare un bisogno di evasione dalla realtà che ancora oggi mi appartiene. Mi viene da raccontare non tanto degli autori e delle opere dei libri che ho letto, ma invece del mio primo approccio ai libri considerati proibiti ad una ragazzina di 14 anni in cerca di emozioni d'amore. In quarta ginnasiale frequentavo la mia compagna di banco fuori della scuola e lei aveva un fratello più grande, ventenne o anche più, il quale possedeva una collezione di libri di narrativa fatta per corrispondenza. Un giorno m'invitò a casa sua (lei viveva in campagna) e di nascosto mi fece vedere quella magnifica collezione che il fratello teneva custodita come una reliquia. I libri erano tutti della stessa dimensione, allineati con precisione in uno scaffale a tre ripiani. Ricordo la copertina verde con i titoli e gli autori scritti a caratteri d'oro. Me li passava in classe nascosti fra i libri di scuola ed io correvo a casa tutta eccitata per poterli leggere. Credo di averne letto in una sola estate almeno una trentina. Gli autori erano i più disparati: Gabriele D'Annunzio, Guy de Maupassant, Victor Hugo, Honoré de Balzac, Tolstoj, Calvino, e tanti altri. Quali di questi sono stati fondamentali? Tutti.
lunedì 21 giugno 2010
Buongiorno
by Massimo Gramellini
Il grande Embè
Della motivazione con cui il tribunale di Firenze ha negato la libertà provvisoria a due comandanti delle ferocissime Truppe d’Appalto (Balducci & De Santis) mi ha colpito l’ultima riga: «Gli indagati mostrano una evidente carenza di percezione della antigiuridicità del proprio comportamento». Insomma, dopo mesi di cella, i signori della Cricca continuano a non capire cos’hanno fatto di male. Anche il caso Scajola e le recenti dichiarazioni dell’ex ministro Lunardi rivelano uno stile di vita allucinante percepito come assolutamente normale. La famosa filosofia dell’Embè. Ho ristrutturato casa a un amico, embè? L’amico ha dato un lavoro a mio figlio, embè? Mio figlio ha messo su una società con la moglie dell’amico, embè? Un embè tira l’altro e alla fine tutti confluiscono nel Grande Embè che rischia di sommergerci. Perché Balducci e De Santis non sono schegge impazzite, ma espressioni estreme di un atteggiamento diffuso: il primato delle relazioni sulle capacità, delle conoscenze sulla conoscenza. Chi entra in contatto con un ente pubblico non si chiede neanche più quali siano le procedure. La sua unica preoccupazione è: conosco qualcuno lì dentro? Il morbo ha invaso persino i recinti sacri della giustizia, dove l’avvocato più ricercato non è quello che conosce la legge, ma quello che conosce il giudice.
«L’Italia è tutta un frou frou di do ut des» scriveva lo scrittore Enzo Siciliano, assiduo frequentatore delle terrazze romane, altamente specializzate in materia. Non immaginava di avere coniato l’epigrafe delle mille cricche d’Italia.
by Massimo Gramellini
Il grande Embè
Della motivazione con cui il tribunale di Firenze ha negato la libertà provvisoria a due comandanti delle ferocissime Truppe d’Appalto (Balducci & De Santis) mi ha colpito l’ultima riga: «Gli indagati mostrano una evidente carenza di percezione della antigiuridicità del proprio comportamento». Insomma, dopo mesi di cella, i signori della Cricca continuano a non capire cos’hanno fatto di male. Anche il caso Scajola e le recenti dichiarazioni dell’ex ministro Lunardi rivelano uno stile di vita allucinante percepito come assolutamente normale. La famosa filosofia dell’Embè. Ho ristrutturato casa a un amico, embè? L’amico ha dato un lavoro a mio figlio, embè? Mio figlio ha messo su una società con la moglie dell’amico, embè? Un embè tira l’altro e alla fine tutti confluiscono nel Grande Embè che rischia di sommergerci. Perché Balducci e De Santis non sono schegge impazzite, ma espressioni estreme di un atteggiamento diffuso: il primato delle relazioni sulle capacità, delle conoscenze sulla conoscenza. Chi entra in contatto con un ente pubblico non si chiede neanche più quali siano le procedure. La sua unica preoccupazione è: conosco qualcuno lì dentro? Il morbo ha invaso persino i recinti sacri della giustizia, dove l’avvocato più ricercato non è quello che conosce la legge, ma quello che conosce il giudice.
«L’Italia è tutta un frou frou di do ut des» scriveva lo scrittore Enzo Siciliano, assiduo frequentatore delle terrazze romane, altamente specializzate in materia. Non immaginava di avere coniato l’epigrafe delle mille cricche d’Italia.
giovedì 17 giugno 2010
Un pò di saggezza
Quanto più si estende la grande conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe la cerchia degli uomini di cui ci è gradita la compagnia.
Ludwig Feuerbach
Ludwig Feuerbach
Iscriviti a:
Post (Atom)