La questione meridionale ha avuto tante definizioni, per lo meno da un secolo a questa parte: ne abbiamo sentito parlare in termini di questione agraria, questione industriale, questione morale e, per contrasto, anche di questione settentrionale. Oggi, però, il degrado della convivenza civile nel Sud induce a parlare di questione criminale, punto e basta. Già... Questione criminale! Non c'è altro aggettivo più pertinente di questo per spiegare il come ed il perché di tale degrado, a tutti i livelli.
In molte aree del Meridione (e non illudiamoci che quelle aree siano solo "quelle" che tutti sappiamo,dove si consumano efferati delitti) l'illegalità si è diffusa, senza peraltro configurarsi necessariamente come criminalità tout court, a tal punto che ha ribaltato le regole del vivere civile, ha investito le basi economiche, le strutture sociali, la vita collettiva, l'intera organizzazione della società. Purtroppo, ovunque nel Sud si convive con fenomeni di sopraffazione e di asservimento, di indistinzione tra pubblico e privato, di scambio di protezioni e di fedeltà personali, modi e costumi feudali nel terzo millennio. In simili comportamenti, che non sono soltanto la peculiarità di una partecipazione distorta alla vita collettiva, ma che si perpetuano finanche a livello di interazione individuale, si annida l'illegalità legalizzata.
Se parliamo, ad esempio, di rapporti di amicizia, di colleganza in un ambiente di lavoro, o di semplice rispetto della persona che ti sta di fronte, che ha bisogno di aiuto e te lo chiede, non possiamo non renderci conto di come le cose siano profondamente cambiate, nel senso dell'assoluta negatività dei rapporti. Ad ogni livello si è instaurata una modalità di interazione esclusivamente fondata sul "do ut des". Si è incrinato il rapporto di fiducia, è venuta meno la lealtà, la schiettezza della comunicazione, insomma siamo diffidenti l'uno dell'altro, cosicché quando ci troviamo di fronte ad una qualsivoglia persona, la domanda non espressa che tutti ci facciamo è: "A chi appartieni?"...
Insomma,la fiducia su cui si basavano un tempo le relazioni sociali, o è fedeltà ad un partito, ad una lobbie, a una corporazione, a un capo, oppure non è. Immaginiamo ora i guasti che simili comportamenti hanno determinato nella vita sociale e soprattutto politica: i termini fondamentali della sovranità della legge e della tutela dei diritti dei cittadini vengono del tutto annullati, l'arbitrio, l'illegalità, il controllo violento sulla vita delle persone la fanno da padrone, in una mistura di falsità ed immoralità camuffate da un'apparente modernità.
Questo è il Sud! Una grande società male strutturata nei diversi ambiti: economico, sociale, politico, culturale, civile. Il nostro Sud non è più agricolo, non ci sono più contadini né proprietari e ciò ha smantellato il sistema degli antichi valori, quelli del mos maiorum,per intenderci, quei valori legati alla terra, al mutare delle stagioni, alle incertezze esistenziali di una vita grama, o meglio sobria nelle sue regole che imponevano innanzitutto il rispetto dell'altro, la sacralità della persona, l'attenzione ai bisogni collettivi, sia pure per un sentimento di carità cristiana e di commiserazione per i deboli. Era pacifico che esistessero i ricchi ed esistessero i poveri in ambienti diametralmente opposti, ma c'erano regole di moralità uguali per tutti. La morale cattolica non faceva sconti ai potenti, tutti riconoscevano un'etica comune di comportamento, per lo meno in pubblico, specialmente per coloro i quali rivestivano una carica politica. Oggi tutto questo è irreversibilmente perduto. L'attuale società meridionale è caratterizzata da una struttura urbana fondata su indifferenziati ceti intermedi di dubbia modernità. Assistiamo per esempio a mode e a costumi appresi dalla televisione per lo più acriticamente, che hanno cancellato le tradizioni più significative di un'antica civiltà in nome di una presunta modernità, assai discutibile. Fa specie vedere nelle campagne ville hollywoodiane al posto degli antichi casolari, così come strutture alberghiere o ristoranti a cinque stelle in paesini che ancora conservano il vecchio campanile sovrastante il piccolo borgo antico. La gente del Sud è disorientata, senza più un'identità antropologico-culturale. Dove stiamo andando? Nell'incertezza generalizzata aumenta vertiginosamente la disoccupazione specialmente giovanile e femminile, la fuga dei cervelli verso il Nord o addirittura verso l'Europa o l'America. E mentre i paesi si spopolano, si espandono smisuratamente modelli di comportamenti ed organizzazioni criminali, si devasta il territorio, il paesaggio, nell'apatia totale.
Ma di chi è la colpa? In un documento di qualche anno fa elaborato dalla CEI si dichiarava che forse l'ostacolo principale a una crescita del Mezzogiorno risiede nei gruppi di potere locali che si presentano verso il centro come garanti di consenso e verso la base come erogatori di risorse clientelari più o meno soggette all'arbitrio, all'illegalità, al controllo violento. Nel Sud si è consolidato da oltre un ventennio, ormai,un nuovo sistema politico-amministrativo capace di esercitare una forma di gestione del potere che amministra, secondo criteri antitetici ai principi di legalità e di interesse pubblico, il mercato politico, il mercato degli appalti, il mercato del lavoro attraverso un circuito perfettamente strutturato di lobbies politico-economiche, di clientele sociali e di esperte competenze professionali, che spaziano dal territorio alla legislazione, dal fisco agli investimenti. A questa già difficile situazione si è poi aggiunto, come ulteriore spinta verso il degrado morale, il fenomeno del Berlusconismo che ha fatto presa sulla parte debole del popolo meridionale mediante i programmi televisivi di Mediaset, che hanno dato il colpo di grazia ai valori positivi tradizionali, in nome della "modernità".
mercoledì 18 novembre 2009
domenica 18 ottobre 2009
Ritorno al Meridionalismo
Secondo gli ultimi dati disponibili Ocse Pisa relativi al 2007 in cinque tipi di scuola (licei, istituti tecnici, istituti professionali, scuole medie, formazione professionale) e riguardanti la matematica, le scienze e la comprensione dei testi in termini di competenze essenziali, nel Nord Est gli studenti quindicenni sono competitivi oltre la media Ocse, nel Nord Ovest ottengono dei buoni risultati, al Centro si collocano nella media dei Paesi sviluppati mentre al Sud e nelle Isole precipitano a meno settanta rispetto alla media. «Non è un numero irrilevante. Equivale, secondo un calcolo fatto con tecniche statistiche molto sofisticate, ad un ritardo di due anni — spiega Cipollone, presidente dell'associazione —. È come se un ragazzo del Sud avesse frequentato la scuola due anni di meno. Dietro tutto questo c'è una componente ambientale. È accertato che le condizioni socioeconomiche sono una delle componenti essenziali dell'apprendimento e purtroppo non si possono cambiare da un momento all'altro».
Data questa situazione, in una congiuntura difficile qual è questa che stiamo vivendo, non possiamo non pensare che il nostro Sud risulta doppiamente penalizzato, per l'antico ritardo, che oramai è mitico, e per il nuovo che vede la scuola deprivata delle risorse fondamentali.
E' urgente e necessario ripensare a un nuovo modo di affrontare la "questione meridionale".
Data questa situazione, in una congiuntura difficile qual è questa che stiamo vivendo, non possiamo non pensare che il nostro Sud risulta doppiamente penalizzato, per l'antico ritardo, che oramai è mitico, e per il nuovo che vede la scuola deprivata delle risorse fondamentali.
E' urgente e necessario ripensare a un nuovo modo di affrontare la "questione meridionale".
lunedì 12 ottobre 2009
sabato 10 ottobre 2009
Per una scuola democratica
Un discorso di Piero Calamandrei ai giovani nel 1955
L’articolo 34 dice “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più importante, il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo, impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti. Dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. 1 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa eguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una eguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale. E' vera democrazia quella in cui tutti i cittadini siano veramente messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro migliore contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società; e allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà; in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi!...
Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove; perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. L’indifferentismo che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani: l’indifferentismo. “La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica?”
Ed io, quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: - Ma siamo in pericolo?- E questo dice- Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda -. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice – Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda -. Quello dice – Che me n’importa? Unn’è mica mio!- Questo è l’indifferentismo alla politica.
E’ così bello, è così comodo, è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi di politica! Eh, lo so anche io, ci sono…Il mondo è così bello vero? Ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica!
E la politica non è una piacevole cosa: Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…
Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra, metteteci dentro il senso civico, la coscienza civica, bisogna rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo è solo, non è solo,
siamo in più, siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora, vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, tutte le nostre sciagure, le nostre glorie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane… E quando io leggo nell’art. 2 “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”; o quando leggo nell’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle altre patrie…ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell’art. 8: “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’art. 5: “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!; o quando nell’art. 53 io leggo a proposito delle forze armate: “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, esercito di popolo; ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’art. 27: “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…
Ma ci sono anche umili voci, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta, Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
(da Piero Calamandrei, Discorso sulla Costituzione, Milano, 1955, disco Cetra CL 0449/33 giri)
2
lunedì 5 ottobre 2009
Il Congresso del PD
IL Partito democratico ha formalmente chiamato i suoi iscritti, mediante i delegati provinciali, alla convenzione provinciale, che si è tenuta ad Avellino domenica, 4 ottobre 2009. In vista del congresso nazionale dell'11 ottobre e poi delle primarie che si terranno il 25 per l'elezione del futuro segretario nazionale, il partito si è dato e si dà tuttora un gran da fare, tessendo e ritessendo relazioni, alleanze e patti di fedeltà più o meno occulti.
I toni della convenction sono stati accesi durante le varie tappe, sembrava che le tre mozioni (Bersani, Franceschini, Marino) dilaniassero il partito dall'interno, senza soluzione di continuità.
Io sono appena entrata nel PD e non ho provato una piacevole sensazione...
Ho avvertito il disagio di chi arriva ad una festa nuziale a fine banchetto: tutti sembravano interessati a numeri e cifre per la spartizione di un bottino, ma dov'è lo spirito di appartenenza al partito, dov'è la condivisione di un progetto? dove sono le idee?...
Mi viene in mente una citazione di Antoine de Saint-Exupery, che può sintetizzare bene il mio pensiero:
"Se vuoi costruire una nave non devi affaticarti per prima cosa a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave".
I toni della convenction sono stati accesi durante le varie tappe, sembrava che le tre mozioni (Bersani, Franceschini, Marino) dilaniassero il partito dall'interno, senza soluzione di continuità.
Io sono appena entrata nel PD e non ho provato una piacevole sensazione...
Ho avvertito il disagio di chi arriva ad una festa nuziale a fine banchetto: tutti sembravano interessati a numeri e cifre per la spartizione di un bottino, ma dov'è lo spirito di appartenenza al partito, dov'è la condivisione di un progetto? dove sono le idee?...
Mi viene in mente una citazione di Antoine de Saint-Exupery, che può sintetizzare bene il mio pensiero:
"Se vuoi costruire una nave non devi affaticarti per prima cosa a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave".
giovedì 1 ottobre 2009
Per una scuola democratica 1
La scuola deve offrire pari opportunità a tutti: questo è un diritto riconosciuto nella nostra Costituzione agli artt. 3, 33, 34.
Ci sono molti ragazzi, specialmente nei nostri piccoli paesi del Sud, che entrano nelle scuole superiori, nei licei, ma soprattutto negli istituti professionali e tecnici, con uno svantaggio sociale o socio-culturale notevole. Si tratta spesso di ragazzi che hanno alle spalle una famiglia con un reddito minimo, con difficoltà economiche e disagi di ogni tipo. Ci sono, al contrario, ragazzi che, soprattutto nei licei, partono "Bene", provenendo da ambienti socio- culturali già avvantaggiati. Questi ultimi hanno solitamente genitori che svolgono buone professioni, sono in possesso di titolo di studio elevato oppure, in mancanza di questo, dispongono di denaro sufficiente per sostenere le spese di studio dei propri figli, i quali possono avvantaggiarsi, così, di un supporto nelle discipline in cui hanno difficoltà.
Queste differenze sono sempre esistite (tolta la parentesi storica del '68 che ha dato l'illusione dell'uguaglianza sociale e soprattutto culturale), ma oggi tali differenze esplodono in una forma forse inusitata. In piena recessione economica, in un momento in cui la disoccupazione aumenta vertiginosamente, i salari sono al minimo storico in valore d'acquisto, la società non consente alcuna mobilità e i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, pur lavorando, le differenze aprono un baratro incolmabile. Proprio nella scuola, che per anni è riuscita, pur fra mille difficoltà, ad assicurare la pari opportunità a tutti, aiutando di conseguenza la mobilità sociale e conservando una parvenza di democrazia, si sta registrando una situazione inaccettabile. Il degrado morale sta invadendo ogni aspetto della nostra vita: chi è furbo ed ha mezzi ottiene ciò che vuole, gli onesti, privi di mezzi, non ottengono niente. Siamo in piena barbarie, e dei costumi e dei comportamenti. In un simile scenario, ci si aspetta che almeno la scuola pubblica conservi la sua autonomia, nel senso che non ceda alle pressioni dei privati che vorrebbero scegliersi, per esempio, gli insegnanti ritenuti più idonei per i propri figli, o addirittura i programmi di studio, o altro...
Quando una scuola cede a queste tentazioni tradisce se stessa, mortifica i più deboli impedendo loro il diritto alla pari opportunità. Praticare la democrazia non è predicarla ex cathedra, ma è rimuovere ogni ostacolo alla piena realizzazione della persona, nella fattispecie dell'alunno, soprattutto se bisognoso e meritevole. Nella mia scuola, da qualche anno, si tende a valorizzare le "eccellenze", che molto spesso sono determinate da situazioni di partenza già avvantaggiate, mentre per gli alunni molto svantaggiati non si prevede mai, nei cosiddetti IDEI, un modulo di azzeramento per colmare le gravi lacune nella preparazione d'ingresso.
Ci sono molti ragazzi, specialmente nei nostri piccoli paesi del Sud, che entrano nelle scuole superiori, nei licei, ma soprattutto negli istituti professionali e tecnici, con uno svantaggio sociale o socio-culturale notevole. Si tratta spesso di ragazzi che hanno alle spalle una famiglia con un reddito minimo, con difficoltà economiche e disagi di ogni tipo. Ci sono, al contrario, ragazzi che, soprattutto nei licei, partono "Bene", provenendo da ambienti socio- culturali già avvantaggiati. Questi ultimi hanno solitamente genitori che svolgono buone professioni, sono in possesso di titolo di studio elevato oppure, in mancanza di questo, dispongono di denaro sufficiente per sostenere le spese di studio dei propri figli, i quali possono avvantaggiarsi, così, di un supporto nelle discipline in cui hanno difficoltà.
Queste differenze sono sempre esistite (tolta la parentesi storica del '68 che ha dato l'illusione dell'uguaglianza sociale e soprattutto culturale), ma oggi tali differenze esplodono in una forma forse inusitata. In piena recessione economica, in un momento in cui la disoccupazione aumenta vertiginosamente, i salari sono al minimo storico in valore d'acquisto, la società non consente alcuna mobilità e i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, pur lavorando, le differenze aprono un baratro incolmabile. Proprio nella scuola, che per anni è riuscita, pur fra mille difficoltà, ad assicurare la pari opportunità a tutti, aiutando di conseguenza la mobilità sociale e conservando una parvenza di democrazia, si sta registrando una situazione inaccettabile. Il degrado morale sta invadendo ogni aspetto della nostra vita: chi è furbo ed ha mezzi ottiene ciò che vuole, gli onesti, privi di mezzi, non ottengono niente. Siamo in piena barbarie, e dei costumi e dei comportamenti. In un simile scenario, ci si aspetta che almeno la scuola pubblica conservi la sua autonomia, nel senso che non ceda alle pressioni dei privati che vorrebbero scegliersi, per esempio, gli insegnanti ritenuti più idonei per i propri figli, o addirittura i programmi di studio, o altro...
Quando una scuola cede a queste tentazioni tradisce se stessa, mortifica i più deboli impedendo loro il diritto alla pari opportunità. Praticare la democrazia non è predicarla ex cathedra, ma è rimuovere ogni ostacolo alla piena realizzazione della persona, nella fattispecie dell'alunno, soprattutto se bisognoso e meritevole. Nella mia scuola, da qualche anno, si tende a valorizzare le "eccellenze", che molto spesso sono determinate da situazioni di partenza già avvantaggiate, mentre per gli alunni molto svantaggiati non si prevede mai, nei cosiddetti IDEI, un modulo di azzeramento per colmare le gravi lacune nella preparazione d'ingresso.
lunedì 28 settembre 2009
Ho incontrato il PD
Mi sono iscritta al Pd, voglio sostenerlo, ne condivido il progetto, che trovo grandioso!...
Quando è nato, nel 2007, sulle ceneri dell'Ulivo, ha entusiasmato molti: era un progetto assolutamente nuovo e suscitò perciò molte aspettative. Nasceva dall'incontro dei tre principali partiti della storia repubblicana: Il Partito Comunista italiano, la Democrazia cristiana ed il Partito socialista italiano, tre linee di pensiero che, pur nella diversità, convergevano nella concezione dell'uomo al centro di ogni attenzione da parte di uno Stato equo, giusto e solidale. Non poteva quindi non risvegliare le coscienze civili, assopite da un lungo torpore; non dimentichiamo che fino alla fine degli anni novanta c'era stato un lungo periodo in cui la politica si era adagiata sul vissuto, sul ripetitivo, su una prassi consolidata e consumata, che non lasciava intravedere nessun rinnovamento, nessuna cesura rispetto al passato. Abbiamo provato noia e disgusto per quella prassi politica, addirittura una sorta di asfissia al solo pensarla. Il Partito democratico ci ha subito catturato ed abbiamo sofferto quando l'abbiamo visto in crisi per un'emorragia di voti sempre più estesa. Abbiamo sofferto con Prodi, con Veltroni, con Franceschini, a tutt'oggi. L'idea nuova e geniale che sottende al partito, l'alba di un nuovo giorno non riesce ancora a dare bagliori di luce, delude le aspettative, perde voti quasi ogni giorno, ma noi non demordiamo, esso vivrà e sarà finalmente il centro di gravità permanente per tutti coloro che oggi sono smarriti.
Ma perché il PD delude le aspettative? Dov'è l'errore di strategia? E' forse un progetto troppo ambizioso e perciò stesso un'utopia, oppure delude per la mancanza di una leadership forte, di un capo carismatico, alla Berlusconi, per intenderci?
Io mi sono iscritta a questo partito in un momento cruciale della sua storia, a ridosso del suo congresso fondativo che, almeno si spera, darà una svolta con la segreteria di Pierluigi Bersani. Da subito, come sono entrata nella sede del partito, ho capito in quali gravi difficoltà si dibatte il nuovo PD! C'è in atto una guerra tra il vecchio ed il nuovo: da un lato i vecchi quadri dirigenti, abituati da anni ad una pratica di gestione della politica affaristica e consortile, finalizzano la loro azione al mantenimento dello status quo, senza peraltro escludere i propri interessi individuali, dall'altro i rappresentanti del nuovo tentano di applicare regole più democratiche e trasparenti nella organizzazione e nella gestione del nuovo partito. A tutto questo si aggiunge la libera interpretazione delle norme contenute nello Statuto, affidata spesso a persone non proprio di alto profilo culturale. Spero di sbagliarmi, ma voglio credere che il contrasto non nasca dalla contrapposizione d'idee, per il semplice fatto che non sono discordanti sui temi fondamentali quali la diseguaglianza sociale, la globalizzazione, la sperequazione della risorse, ecc...
Penso che le differenze sono sempre un arricchimento e tutti gli aderenti al partito vogliono confrontarsi, il problema è trovare un punto d'incontro.
Quando è nato, nel 2007, sulle ceneri dell'Ulivo, ha entusiasmato molti: era un progetto assolutamente nuovo e suscitò perciò molte aspettative. Nasceva dall'incontro dei tre principali partiti della storia repubblicana: Il Partito Comunista italiano, la Democrazia cristiana ed il Partito socialista italiano, tre linee di pensiero che, pur nella diversità, convergevano nella concezione dell'uomo al centro di ogni attenzione da parte di uno Stato equo, giusto e solidale. Non poteva quindi non risvegliare le coscienze civili, assopite da un lungo torpore; non dimentichiamo che fino alla fine degli anni novanta c'era stato un lungo periodo in cui la politica si era adagiata sul vissuto, sul ripetitivo, su una prassi consolidata e consumata, che non lasciava intravedere nessun rinnovamento, nessuna cesura rispetto al passato. Abbiamo provato noia e disgusto per quella prassi politica, addirittura una sorta di asfissia al solo pensarla. Il Partito democratico ci ha subito catturato ed abbiamo sofferto quando l'abbiamo visto in crisi per un'emorragia di voti sempre più estesa. Abbiamo sofferto con Prodi, con Veltroni, con Franceschini, a tutt'oggi. L'idea nuova e geniale che sottende al partito, l'alba di un nuovo giorno non riesce ancora a dare bagliori di luce, delude le aspettative, perde voti quasi ogni giorno, ma noi non demordiamo, esso vivrà e sarà finalmente il centro di gravità permanente per tutti coloro che oggi sono smarriti.
Ma perché il PD delude le aspettative? Dov'è l'errore di strategia? E' forse un progetto troppo ambizioso e perciò stesso un'utopia, oppure delude per la mancanza di una leadership forte, di un capo carismatico, alla Berlusconi, per intenderci?
Io mi sono iscritta a questo partito in un momento cruciale della sua storia, a ridosso del suo congresso fondativo che, almeno si spera, darà una svolta con la segreteria di Pierluigi Bersani. Da subito, come sono entrata nella sede del partito, ho capito in quali gravi difficoltà si dibatte il nuovo PD! C'è in atto una guerra tra il vecchio ed il nuovo: da un lato i vecchi quadri dirigenti, abituati da anni ad una pratica di gestione della politica affaristica e consortile, finalizzano la loro azione al mantenimento dello status quo, senza peraltro escludere i propri interessi individuali, dall'altro i rappresentanti del nuovo tentano di applicare regole più democratiche e trasparenti nella organizzazione e nella gestione del nuovo partito. A tutto questo si aggiunge la libera interpretazione delle norme contenute nello Statuto, affidata spesso a persone non proprio di alto profilo culturale. Spero di sbagliarmi, ma voglio credere che il contrasto non nasca dalla contrapposizione d'idee, per il semplice fatto che non sono discordanti sui temi fondamentali quali la diseguaglianza sociale, la globalizzazione, la sperequazione della risorse, ecc...
Penso che le differenze sono sempre un arricchimento e tutti gli aderenti al partito vogliono confrontarsi, il problema è trovare un punto d'incontro.
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