I grandi maestri del passato dicevano che la disciplina è sempre interiore e a nulla servono i mezzi esterni per la cosiddetta disciplina scolastica. Il concetto di disciplina rimanda automaticamente al concetto stesso di educazione, per cui se poniamo il problema non possiamo non parlare in primis di educazione, nella scuola e fuori della scuola.
Che cosa è successo in questi ultimi anni, perché siamo arrivati a questo profondo degrado, nonostante i mille e mille progetti nella scuola di educazione alla legalità, alla pacifica convivenza, al rispetto della diversità, alla pace, e chi più ne ha più ne metta? La risposta è che la scuola non è più scuola, è altro; è diventata il carro del cambiamento, come dice Paola Mastrocola, la mia scrittrice preferita. In nome di questo continuo e assillante cambiamento abbiamo affossato la scuola, l'hanno affossata gli innumerevoli ministri che si sono succeduti di sinistra e di destra, indifferentemente. Tutto deve cambiare, il mondo va di corsa e la scuola dietro, affannata, ansimante, trascinando con sé come una marea gli insegnanti disposti, cedevoli al cambiamento e lasciando indietro quelli tradizionali smarriti, disorientati, pochi per la verità, perché alla fine tutti abbiamo ceduto! Oggi l'insegnante moderno non fa lezione ma tanto altro; per esempio recupera, colma, accoglie, progetta, esplicita, pianifica l'offerta, cura l'utenza, stabilisce obiettivi, individua percorsi... sempre citando la Mastrocola.
Tornando però al tema della disciplina, mi ritorna alla memoria la lezione di G. Lombardo Radice il quale analizzando il concetto di disciplina scolastica stabiliva che se lo scolaro non è spinto a guardare al maestro come a un modello da seguire egli sarebbe inevitabilmente ribelle e sordo ad ogni insegnamento. Il problema ricade dunque sull'insegnante, il quale deve mostrarsi forte e coerente tale da guadagnarsi consenso e fiducia nella sua autorità. Il valore della disciplina è fondamentale nella scuola, senza di essa non c'è fiducia nell'istituzione e in chi la rappresenta. Oggi è di moda avere l'insegnante amico, che non punisce ma accondiscende con dolcezza e libertà incondizionata. Ma come si fa a non capire che i ragazzi e i bambini sono continuamente giudici di se stessi e degli altri, come lo sono tutti gli uomini? La natura umana consiste proprio nella continua riflessione su di noi e se in questo continuo processo di autoriflessione ci trovassimo di fronte a un educatore fiacco, uno cioè che è debole a reprimere ciò che noi stessi sentiamo degno di repressione e fosse facile a lodare e a premiare ciò che noi stessi valutiamo come azione nient'affatto straordinaria, mancherebbe il consenso e insieme l'autorità dell'educatore. Come non capire che se l'alunno non accetta il rimprovero, non comprende cioè l'insegnante nell'atto in cui questi lo giudica, lo rimprovera, lo punisce, lo premia è solo perché egli scopre incoerenza e ingiustizia nella persona dalla quale si attende guida e si ribella credendo più a se stesso che a quella e così comincia a prendere come norma la stessa assenza di norma, amando e odiando a seconda che il suo bisogno sia assecondato o contrariato!? L'alunno è sempre giudice del maestro. Egli vede e nota se l'insegnante ritarda, se è distratto, se esagera nel rimprovero ad un compagno, se urla, se dimentica una promessa fatta, se indugia spesso nel riposo, se ripete meccanicamente i contenuti o li rinnova ogni volta con passione. Anche l'alunno dunque premia e castiga il maestro. Se è attento, docile e rispettoso è segno di premio; se invece si ribella o è passivo è segno di punizione. Tutto ciò si riscontra non solo nel rapporto docente-alunno nel ristretto ambito della scuola, ma soprattutto nel rapporto tra operatori della scuola e Istituzione la quale dovrebbe dare regole certe e norme stabili al fine di garantire non solo l'istruzione ma, appunto, l'educazione della nazione!!!
mercoledì 18 aprile 2018
venerdì 2 marzo 2018
Le magnifiche sorti e progressive della scuola
La notizia che nel prossimo governo ci sarà un dirigente scolastico che si è distinto per aver introdotto la Tecnologia avanzata nella sua scuola, mi fa venire i brividi. Mi aspettavo che in nome della Competenza i grillini scegliessero un grande educatore, uno in grado di rivalutare la Scuola con la S maiuscola e non con la T maiuscola. Così ci apprestiamo a seppellire definitivamente la scuola di una tradizione millenaria, la scuola che dava l'educazione critica e discorsiva attraverso il libro e la parola, quell'educazione che abituava ad approcciarsi gradualmente alla realtà. A mio parere, è patetico il tentativo di rincorrere il nuovo ad ogni costo nella scuola; il pantano del consumismo, del tutto facile e subito garantito dal computer rischia di risucchiare la scuola mandando in soffitta tutti i valori di una sana educazione. La scuola si adegua al mondo che va in rovina, rincorre modelli alieni alla sua funzione, si adopera in mille progetti che alla fine sfiancano i ragazzi, i docenti, le famiglie senza alcuna ricaduta sulla reale crescita umana e culturale. Io non rifiuto la tecnologia, ne riconosco l'utilità, ma non mi si venga a dire che essa determini in toto la scuola del domani, non mi si dica che essa acceleri o stimoli il processo di apprendimento, non lo accetto. L'insegnamento deve dare ai ragazzi gli strumenti intellettivi, non artificiali, per acquisire una coscienza critica, una capacità di discernimento. Il computer non è la panacea in virtù della quale si risolvono tutti i problemi dell'apprendimento. La scuola oggi sta vivendo la più grave crisi che la storia ricordi, sta affondando in un degrado educativo e culturale, sta smarrendo la sua identità, e chi si preoccupa di ciò? Chi si preoccupa che nella scuola non esiste più il merito, che non funziona più come ascensore sociale per i meritevoli e bisognosi, che non forma più cittadini consapevoli, che sforna ogni anno migliaia di ragazzi ignoranti ed incompetenti, nella maggior parte (spesso anche con un curriculum di tutto rispetto)? Chi si preoccupa dell'impoverimento dei contenuti culturali per assecondare gli standard minimi di apprendimento richiesti da una cultura di massa che è estranea alla scuola? Questi e tanti altri sono i veri problemi da risolvere, altro che scuola 2.0!
mercoledì 28 febbraio 2018
Quando lo spazio non insegna
Sto facendo un'esperienza d'insegnamento in una scuola in cui mi sento come in prigione, in cui muri e pareti mi si chiudono addosso come in una morsa. Mi metto nei panni dei poveri alunni (alunne per la maggior parte), ingiustamente deprivati, pur pagando le tasse come tutti gli altri, di spazi essenziali con caratteristiche di funzionalità, confort e benessere. Non che altrove la scuola non abbia le medesime caratteristiche proprie oramai dei non luoghi, anestetizzanti, tutte uguali, abbastanza tristi, con colori spenti, aule non adeguate perché troppo piccole, in cui fa troppo caldo o troppo freddo. Ma nella scuola in cui lavoro tutte queste caratteristiche sono manifeste alla massima potenza. Trattasi, in primo luogo, di abitazione privata in cui le aule sono ricavate in parte da locali a piano terra adibiti all'origine a garage. I corridoi sono inesistenti e al loro posto ci sono solo dei passaggi per il transito degli studenti che si recano in uno o al massimo due bagni angusti, cupi e senza finestre. Unico spazio concesso ai ragazzi è un piccolo atrio, dove si fermano all'entrata e all'uscita in attesa della campanella. Anche il suono di questa è sfocato, indistinto ed io non lo sento mai. La scuola è per giunta ubicata un po' fuori dal piccolo centro abitato e si affaccia su una strada transitata solo da automobili in corsa. Dalle finestre non si vede nulla, nemmeno uno squarcio di cielo e nelle giornate uggiose pare di vivere sotto una campana di vetro, senza luce né aria. Un vecchio computer collegato ad una LIM fa bella mostra di sé sulla cattedra e per me sarebbe una finestra sul mondo, se non insegnassi latino e non dovessi sempre e comunque spiegare la lingua e la letteratura. Certo la uso, la Lim, mi piace divagare ogni tanto attualizzando un tema, un motivo, il pensiero di un autore, mi piace illustrare di un testo la struttura della lingua, soffermarmi sulle parole e sull'etimo e tanto altro, a seconda dell'inventività del momento, ma non basta. Non basta a stimolare gli alunni di questa classe che rimangono abulici, indifferenti e sempre un po' tristi, almeno così mi sembrano. Ho provato ad indagare sul perché di tanta abulia, quello che è emerso è che si sentono del tutto ignorati e vilipesi dalla sede centrale, non riconosciuti nei loro diritti, figli di un Dio minore. Hanno protestato a lungo insieme ai loro genitori per ottenere una sede più adeguata, semmai trasferendola in una struttura vicina alla sede centrale, anch'essa ubicata lontana dal centro, in una contrada, o anche in un paese limitrofo in grado di offrire strutture capienti e confortevoli. E' stato tutto inutile: prevalgono in ogni dibattito logiche insensate e perverse di tipo campanilistico e peggio ancora politico-amministrative a livello provinciale e locale. Fatto sta che i ragazzi sono costretti a passare le loro giornate in spazi di non apprendimento, angusti e privi di stimoli di qualsivoglia genere.
domenica 7 gennaio 2018
Lettera al futuro Ministro MIUR
Egregio futuro Ministro del MIUR,
il progetto politico di riforma LA BUONA SCUOLA, promosso dal
governo Renzi attraverso un'inconsueta, enorme consultazione pubblica, non ha dato le risposte che ci si aspettava, perché non ha toccato il cuore della questione, quindi non è da considerarsi in nessun modo una riforma. Non voglio certo criticare in toto il pur nobile
tentativo di rinnovare, sia pure a parole, la scuola, è già tanto se il problema è stato posto nell'agenda politica in
primo piano! Le scrivo per gettare un fascio di luce su quella parte della questione (che è poi il punto cruciale della scuola) che rimane sempre nell'ombra, nascosta, insondabile ed anche misteriosa. Mi
riferisco alla figura dell'insegnante, assolutamente prioritaria in
qualsivoglia scuola, in qualsivoglia processo educativo. Eppure, tutto il dibattito verte piuttosto sui cambiamenti strutturali e organizzativi, sui
nuovi obiettivi formativi, come alternanza scuola-lavoro, digitalizzazione a
tutti i livelli, snellimento delle procedure burocratiche, ecc. ecc. Tutte cose
buone e giuste, per carità!... Poi è da vedere se la teoria si tradurrà in
pratica. Ma intanto, in nessun punto della Buona Scuola si evince un nuovo
modello di insegnamento (e di insegnante) che sia riconoscibile e
sperimentabile. Mi chiedo: non è forse necessario che sulla base delle nuove esigenze
formative si costruisca un nuovo modello d'insegnante che sappia presentare
l'innovazione, essere affidabile, credibile, in grado di fare acquisire alle
nuove generazioni una disciplina intellettuale? E' ancora possibile ignorare la
centralità della figura dell'insegnante, pretendere di creare una scuola su basi nuove, senza modificare lo stile
educativo? Nessuno ignora che un bravo insegnante ed uno stile adeguato d'insegnamento
rappresentano le molle più potenti per
lo sviluppo della motivazione all'apprendimento, ciononostante la formazione
adeguata per il futuro insegnante stenta ad essere definita nelle sue
caratteristiche. La situazione oggi vede l'insegnante, in molti casi, o martire votato al
supplizio inferto quotidianamente da ragazzi ipercinetici e svogliati, oppure relegato a terminale
passivo del "villaggio globale". Si disprezzano spesso i docenti ritenendoli inadeguati al loro compito, ma nessuno ha il coraggio di dire chiaramente che la buona scuola è il buon insegnante, nessuno finora ha parlato chiaramente di cultura. Eppure, chi se non l'insegnante colto, sa efficacemente utilizzare le sue
conoscenze, sa ricomporre l'unità del sapere e scomporla per offrire agli
alunni quei nuclei concettuali fondanti della propria disciplina, che sono poi
le strutture culturali di base, che
rendono, infine, capacità di analisi e di riflessione? Come non parlare di
cultura, di un didattica della cultura, che è la sola in grado di assicurare la
formazione della personalità, che mette in condizione il giovane di sapersi porre in relazione con gli altri,
le cose, il mondo? E' l'insegnante colto che assicura alla persona la capacità
di esprimersi e di comunicare, il gusto delle cose belle, la gioia di
impegnarsi a fare, la capacità di osservare con onestà la realtà, l'apertura al
mondo e a ciò che va oltre il contingente. ”Non si insegna quello che si vuole;
dirò addirittura che non s'insegna quello che si sa o quello che si crede di
sapere: s'insegna e si può insegnare solo quello che si è” come diceva quel
Jean Jaurés, filosofo e politico francese.
La cultura personale dell'insegnante è la condicio sine qua non per il buon funzionamento della scuola!
La stessa pedagogia non serve a formare gli
insegnanti, e da sempre la cultura è la regola prima del maestro, oltre questa
non c'è che l'esercizio magistrale, la professione. Lo diceva saggiamente G. L. Radice: “Il maestro se ha un'organica cultura trova
sempre la sua via, altro che regole! La migliore preparazione del maestro è e
sarà sempre una cultura disinteressata non professionale. Il problema è antico come il mondo, ma esso si
ripropone oggi in tutta la sua scottante attualità, giacché la cultura vera e profonda è l'unica via per l'educazione all’umanità,
in un contesto in cui si stanno annullando tutti i valori etici pubblici e
privati. E tuttavia, il problema educativo, oggi, si deve porre
in modo del tutto nuovo e complesso. Tanto per cominciare, il
problema dei problemi è la cultura di massa con la quale la scuola si deve
confrontare, dal momento che essa è diventata la cultura della quasi totalità
della popolazione ed è riuscita a mettere ai margini sia la cultura di elite
sia la cultura popolare. La cultura di massa è estranea alla scuola, ma essa ha
vinto la sua battaglia sia perché spinta dal sistema produttivo fondato sui
consumi di massa sia perché sollecitata
dai potenti mezzi di comunicazione. Per me il tema centrale
della pedagogia moderna è questo. E non c'è riforma che tenga!
giovedì 28 dicembre 2017
RITORNO AL BUON SENSO
Come si fa a non capire che la rivoluzione di un sistema politico-sociale può cominciare e deve cominciare dalla scuola? Perché nessuno dei nostri politici ha l'ardire di lanciare un programma di rinnovamento della scuola e dell'istruzione, come sta facendo in Francia il nuovo ministro dell'Istruzione Jean-Michel Blanquer? A quanto pare, questo "conservatore rivoluzionario" vuole unire il meglio della tradizione e il meglio della modernità in un' idea di scuola in totale rottura rispetto a chi lo ha preceduto, urtando la sensibilità delle sinistre su alcuni punti di fondamentale importanza. Egli ha da subito proclamato che "l’egualitarismo è il vero nemico del servizio pubblico”, perché uccide il merito e provoca un livellamento verso il basso; si è detto favorevole all’uniforme scolastica; ribadisce con forza il principio di laicità assieme alla difesa dei valori repubblicani. “Dobbiamo intervenire sul campo per impedire le violazioni del principio di laicità”, ha affermato il ministro dell’Éducaton nationale, presentando le “unités laïcité”: squadre di ispettori che si occuperanno di “prevenzione” negli istituti, per contrastare anzitutto le derive religiose. In questi primi sette mesi di mandato, Blanquer si è già guadagnato il soprannome di “Ctrl-Z”, in riferimento alla volontà di fare tabula rasa dell’ideologia egualitarista e del pedagogismo ludico difeso dagli ex ministri. Ha annunciato che dall’anno scolastico 2018/2019, l’uso dei cellulari sarà vietato alle scuole elementari e alle scuole medie, non soltanto durante le ore di lezione, ma anche durante le pause. “I bambini non giocano più nelle pause, sono tutti di fronte ai loro smartphone e dal punto di vista educativo questo è un problema”, ha dichiarato Blanquer, prima di aggiungere: “Le famiglie devono capire che è una questione di salute pubblica. Stare troppo davanti allo schermo fa male ai bambini”. Questa era una promessa elettorale di Macron, così come quella di ripristinare le ore di greco e latino, che i suoi predecessori hanno eliminato: “I corsi di greco e latino saranno restaurati (...) E’ una questione di civiltà (...) Le nostre radici greco-latine strutturano il nostro linguaggio, e dunque la nostra vita”. Mi auguro veramente che nel prossimo governo ci sia anche in Italia un ministro dell'Istruzione all'altezza di una riforma che aspetta ormai da troppo tempo di essere realizzata.
sabato 23 dicembre 2017
mercoledì 8 novembre 2017
Lo stile educativo
La più importante dote di un bravo insegnante, oggi più che mai, non può che essere la cultura, sì, la cultura, la quale rende pressoché
inutile insistere su queste o quelle competenze tecniche che l'insegnante deve pur
avere, perché si può anche riuscire nell'intento di fornire un quadro di
formazione tecnica, ipotizzabile per tutti, ma l'insegnamento non è questo, o
quanto meno, non solo questo. Parlo perciò di stile educativo. La stessa
pedagogia non serve a formare gli insegnanti e da sempre la cultura è la regola
prima del maestro, oltre questa non c'è che l'esercizio magistrale, la
professione. E l'esercizio magistrale non si può concepire come applicazione di
regole belle e pronte, ma come la stessa cultura nel suo cimento, nella sua
adeguazione alla mente del discepolo. Il cimento è vario, nuovo ogni volta,
imprevisto e imprevedibile. La classe di un anno non è quella di un altro; cambiano
gli alunni, cambia lo stesso insegnante, perché l'uno e l'altro vivono e si
trasformano; un alunno non è un altro alunno; il medesimo alunno è in una
situazione spirituale sempre in nuovi modi: è la vita così ricca.[1]
“Il maestro quindi se ha un'organica cultura trova sempre la sua via, altro che
regole! La migliore preparazione del maestro è e sarà sempre una cultura
disinteressata non professionale, l'insegnamento non può essere concepito come
una vocazione. Infatti che senso ha dire che un uomo può avere la vocazione di
figlio, padre, cittadino? Egli si deve proporre nel suo essere uomo, che sappia
essere figlio, padre, cittadino. Ecco perché si dovrebbe ridurre la
molteplicità degli indirizzi scolastici; per educare l'uomo all'umanità si
dovrebbe insegnare l'essenziale in una scuola di cultura.
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