Sto facendo un'esperienza d'insegnamento in una scuola in cui mi sento come in prigione, in cui muri e pareti mi si chiudono addosso come in una morsa. Mi metto nei panni dei poveri alunni (alunne per la maggior parte), ingiustamente deprivati, pur pagando le tasse come tutti gli altri, di spazi essenziali con caratteristiche di funzionalità, confort e benessere. Non che altrove la scuola non abbia le medesime caratteristiche proprie oramai dei non luoghi, anestetizzanti, tutte uguali, abbastanza tristi, con colori spenti, aule non adeguate perché troppo piccole, in cui fa troppo caldo o troppo freddo. Ma nella scuola in cui lavoro tutte queste caratteristiche sono manifeste alla massima potenza. Trattasi, in primo luogo, di abitazione privata in cui le aule sono ricavate in parte da locali a piano terra adibiti all'origine a garage. I corridoi sono inesistenti e al loro posto ci sono solo dei passaggi per il transito degli studenti che si recano in uno o al massimo due bagni angusti, cupi e senza finestre. Unico spazio concesso ai ragazzi è un piccolo atrio, dove si fermano all'entrata e all'uscita in attesa della campanella. Anche il suono di questa è sfocato, indistinto ed io non lo sento mai. La scuola è per giunta ubicata un po' fuori dal piccolo centro abitato e si affaccia su una strada transitata solo da automobili in corsa. Dalle finestre non si vede nulla, nemmeno uno squarcio di cielo e nelle giornate uggiose pare di vivere sotto una campana di vetro, senza luce né aria. Un vecchio computer collegato ad una LIM fa bella mostra di sé sulla cattedra e per me sarebbe una finestra sul mondo, se non insegnassi latino e non dovessi sempre e comunque spiegare la lingua e la letteratura. Certo la uso, la Lim, mi piace divagare ogni tanto attualizzando un tema, un motivo, il pensiero di un autore, mi piace illustrare di un testo la struttura della lingua, soffermarmi sulle parole e sull'etimo e tanto altro, a seconda dell'inventività del momento, ma non basta. Non basta a stimolare gli alunni di questa classe che rimangono abulici, indifferenti e sempre un po' tristi, almeno così mi sembrano. Ho provato ad indagare sul perché di tanta abulia, quello che è emerso è che si sentono del tutto ignorati e vilipesi dalla sede centrale, non riconosciuti nei loro diritti, figli di un Dio minore. Hanno protestato a lungo insieme ai loro genitori per ottenere una sede più adeguata, semmai trasferendola in una struttura vicina alla sede centrale, anch'essa ubicata lontana dal centro, in una contrada, o anche in un paese limitrofo in grado di offrire strutture capienti e confortevoli. E' stato tutto inutile: prevalgono in ogni dibattito logiche insensate e perverse di tipo campanilistico e peggio ancora politico-amministrative a livello provinciale e locale. Fatto sta che i ragazzi sono costretti a passare le loro giornate in spazi di non apprendimento, angusti e privi di stimoli di qualsivoglia genere.
mercoledì 28 febbraio 2018
domenica 7 gennaio 2018
Lettera al futuro Ministro MIUR
Egregio futuro Ministro del MIUR,
il progetto politico di riforma LA BUONA SCUOLA, promosso dal
governo Renzi attraverso un'inconsueta, enorme consultazione pubblica, non ha dato le risposte che ci si aspettava, perché non ha toccato il cuore della questione, quindi non è da considerarsi in nessun modo una riforma. Non voglio certo criticare in toto il pur nobile
tentativo di rinnovare, sia pure a parole, la scuola, è già tanto se il problema è stato posto nell'agenda politica in
primo piano! Le scrivo per gettare un fascio di luce su quella parte della questione (che è poi il punto cruciale della scuola) che rimane sempre nell'ombra, nascosta, insondabile ed anche misteriosa. Mi
riferisco alla figura dell'insegnante, assolutamente prioritaria in
qualsivoglia scuola, in qualsivoglia processo educativo. Eppure, tutto il dibattito verte piuttosto sui cambiamenti strutturali e organizzativi, sui
nuovi obiettivi formativi, come alternanza scuola-lavoro, digitalizzazione a
tutti i livelli, snellimento delle procedure burocratiche, ecc. ecc. Tutte cose
buone e giuste, per carità!... Poi è da vedere se la teoria si tradurrà in
pratica. Ma intanto, in nessun punto della Buona Scuola si evince un nuovo
modello di insegnamento (e di insegnante) che sia riconoscibile e
sperimentabile. Mi chiedo: non è forse necessario che sulla base delle nuove esigenze
formative si costruisca un nuovo modello d'insegnante che sappia presentare
l'innovazione, essere affidabile, credibile, in grado di fare acquisire alle
nuove generazioni una disciplina intellettuale? E' ancora possibile ignorare la
centralità della figura dell'insegnante, pretendere di creare una scuola su basi nuove, senza modificare lo stile
educativo? Nessuno ignora che un bravo insegnante ed uno stile adeguato d'insegnamento
rappresentano le molle più potenti per
lo sviluppo della motivazione all'apprendimento, ciononostante la formazione
adeguata per il futuro insegnante stenta ad essere definita nelle sue
caratteristiche. La situazione oggi vede l'insegnante, in molti casi, o martire votato al
supplizio inferto quotidianamente da ragazzi ipercinetici e svogliati, oppure relegato a terminale
passivo del "villaggio globale". Si disprezzano spesso i docenti ritenendoli inadeguati al loro compito, ma nessuno ha il coraggio di dire chiaramente che la buona scuola è il buon insegnante, nessuno finora ha parlato chiaramente di cultura. Eppure, chi se non l'insegnante colto, sa efficacemente utilizzare le sue
conoscenze, sa ricomporre l'unità del sapere e scomporla per offrire agli
alunni quei nuclei concettuali fondanti della propria disciplina, che sono poi
le strutture culturali di base, che
rendono, infine, capacità di analisi e di riflessione? Come non parlare di
cultura, di un didattica della cultura, che è la sola in grado di assicurare la
formazione della personalità, che mette in condizione il giovane di sapersi porre in relazione con gli altri,
le cose, il mondo? E' l'insegnante colto che assicura alla persona la capacità
di esprimersi e di comunicare, il gusto delle cose belle, la gioia di
impegnarsi a fare, la capacità di osservare con onestà la realtà, l'apertura al
mondo e a ciò che va oltre il contingente. ”Non si insegna quello che si vuole;
dirò addirittura che non s'insegna quello che si sa o quello che si crede di
sapere: s'insegna e si può insegnare solo quello che si è” come diceva quel
Jean Jaurés, filosofo e politico francese.
La cultura personale dell'insegnante è la condicio sine qua non per il buon funzionamento della scuola!
La stessa pedagogia non serve a formare gli
insegnanti, e da sempre la cultura è la regola prima del maestro, oltre questa
non c'è che l'esercizio magistrale, la professione. Lo diceva saggiamente G. L. Radice: “Il maestro se ha un'organica cultura trova
sempre la sua via, altro che regole! La migliore preparazione del maestro è e
sarà sempre una cultura disinteressata non professionale. Il problema è antico come il mondo, ma esso si
ripropone oggi in tutta la sua scottante attualità, giacché la cultura vera e profonda è l'unica via per l'educazione all’umanità,
in un contesto in cui si stanno annullando tutti i valori etici pubblici e
privati. E tuttavia, il problema educativo, oggi, si deve porre
in modo del tutto nuovo e complesso. Tanto per cominciare, il
problema dei problemi è la cultura di massa con la quale la scuola si deve
confrontare, dal momento che essa è diventata la cultura della quasi totalità
della popolazione ed è riuscita a mettere ai margini sia la cultura di elite
sia la cultura popolare. La cultura di massa è estranea alla scuola, ma essa ha
vinto la sua battaglia sia perché spinta dal sistema produttivo fondato sui
consumi di massa sia perché sollecitata
dai potenti mezzi di comunicazione. Per me il tema centrale
della pedagogia moderna è questo. E non c'è riforma che tenga!
giovedì 28 dicembre 2017
RITORNO AL BUON SENSO
Come si fa a non capire che la rivoluzione di un sistema politico-sociale può cominciare e deve cominciare dalla scuola? Perché nessuno dei nostri politici ha l'ardire di lanciare un programma di rinnovamento della scuola e dell'istruzione, come sta facendo in Francia il nuovo ministro dell'Istruzione Jean-Michel Blanquer? A quanto pare, questo "conservatore rivoluzionario" vuole unire il meglio della tradizione e il meglio della modernità in un' idea di scuola in totale rottura rispetto a chi lo ha preceduto, urtando la sensibilità delle sinistre su alcuni punti di fondamentale importanza. Egli ha da subito proclamato che "l’egualitarismo è il vero nemico del servizio pubblico”, perché uccide il merito e provoca un livellamento verso il basso; si è detto favorevole all’uniforme scolastica; ribadisce con forza il principio di laicità assieme alla difesa dei valori repubblicani. “Dobbiamo intervenire sul campo per impedire le violazioni del principio di laicità”, ha affermato il ministro dell’Éducaton nationale, presentando le “unités laïcité”: squadre di ispettori che si occuperanno di “prevenzione” negli istituti, per contrastare anzitutto le derive religiose. In questi primi sette mesi di mandato, Blanquer si è già guadagnato il soprannome di “Ctrl-Z”, in riferimento alla volontà di fare tabula rasa dell’ideologia egualitarista e del pedagogismo ludico difeso dagli ex ministri. Ha annunciato che dall’anno scolastico 2018/2019, l’uso dei cellulari sarà vietato alle scuole elementari e alle scuole medie, non soltanto durante le ore di lezione, ma anche durante le pause. “I bambini non giocano più nelle pause, sono tutti di fronte ai loro smartphone e dal punto di vista educativo questo è un problema”, ha dichiarato Blanquer, prima di aggiungere: “Le famiglie devono capire che è una questione di salute pubblica. Stare troppo davanti allo schermo fa male ai bambini”. Questa era una promessa elettorale di Macron, così come quella di ripristinare le ore di greco e latino, che i suoi predecessori hanno eliminato: “I corsi di greco e latino saranno restaurati (...) E’ una questione di civiltà (...) Le nostre radici greco-latine strutturano il nostro linguaggio, e dunque la nostra vita”. Mi auguro veramente che nel prossimo governo ci sia anche in Italia un ministro dell'Istruzione all'altezza di una riforma che aspetta ormai da troppo tempo di essere realizzata.
sabato 23 dicembre 2017
mercoledì 8 novembre 2017
Lo stile educativo
La più importante dote di un bravo insegnante, oggi più che mai, non può che essere la cultura, sì, la cultura, la quale rende pressoché
inutile insistere su queste o quelle competenze tecniche che l'insegnante deve pur
avere, perché si può anche riuscire nell'intento di fornire un quadro di
formazione tecnica, ipotizzabile per tutti, ma l'insegnamento non è questo, o
quanto meno, non solo questo. Parlo perciò di stile educativo. La stessa
pedagogia non serve a formare gli insegnanti e da sempre la cultura è la regola
prima del maestro, oltre questa non c'è che l'esercizio magistrale, la
professione. E l'esercizio magistrale non si può concepire come applicazione di
regole belle e pronte, ma come la stessa cultura nel suo cimento, nella sua
adeguazione alla mente del discepolo. Il cimento è vario, nuovo ogni volta,
imprevisto e imprevedibile. La classe di un anno non è quella di un altro; cambiano
gli alunni, cambia lo stesso insegnante, perché l'uno e l'altro vivono e si
trasformano; un alunno non è un altro alunno; il medesimo alunno è in una
situazione spirituale sempre in nuovi modi: è la vita così ricca.[1]
“Il maestro quindi se ha un'organica cultura trova sempre la sua via, altro che
regole! La migliore preparazione del maestro è e sarà sempre una cultura
disinteressata non professionale, l'insegnamento non può essere concepito come
una vocazione. Infatti che senso ha dire che un uomo può avere la vocazione di
figlio, padre, cittadino? Egli si deve proporre nel suo essere uomo, che sappia
essere figlio, padre, cittadino. Ecco perché si dovrebbe ridurre la
molteplicità degli indirizzi scolastici; per educare l'uomo all'umanità si
dovrebbe insegnare l'essenziale in una scuola di cultura.
giovedì 24 agosto 2017
Lettera al sindaco del mio paese
Caro Sindaco, la invito a considerare seriamente la condizione in cui versa la popolazione della sua città, denominata "Città dei servizi".
Se lei si decidesse, almeno per una volta, a muoversi a piedi camminando per le vie e le piazze in questi giorni di gran caldo, si renderebbe conto che l'intero paese necessita di interventi capillari di manutenzione ordinaria e straordinaria, e soprattutto si renderebbe conto che il livello di vivibilità è ormai bassissimo, per me, a livello zero. Non imputo a lei, naturalmente, la bruttezza naturale dei luoghi: se non ci sono attrattive, e cioè bei palazzi, viali alberati, piazze ordinate e pulite, strade asfaltate e senza buche, non è colpa sua. Ma se c'è una possibilità, sia pur minima, di abbellire o di rendere agevole anche il gesto più semplice e naturale del mondo che è quello di camminare nelle strade, e lei deliberatamente non lo fa, questo sì, è colpa sua! Se i marciapiedi sono quasi inesistenti e, dove esistono, si rivelano finanche pericolosi, perché costruiti privi di ogni criterio funzionale ed estetico, non è colpa sua, ma lei potrebbe tuttavia intervenire con oculata prontezza là dove necessita un qualsivoglia intervento. Non spetta a me, comune cittadina, suggerire le modalità o i criteri da adottare, ma di sicuro posso dire e ho il diritto di dirlo, che l'ambiente in cui vivo non è per niente sostenibile. Esso non permette di fruire di alcun vantaggio, non consente di sviluppare le proprie potenzialità né di condurre una vita relativamente serena e soddisfatta.
Caro Sindaco, qui non c'è una buona qualità di vita: il centro è stretto in una morsa di traffico d'auto caotico e inquinante, le strade chiuse tra asfalto e cemento, dappertutto; non c'è un albero lungo il corso che faccia un cono d'ombra nelle ore assolate, non c'è un luogo dove poter passeggiare in sicurezza e vedere i bambini correre liberi e felici. L'unica area attrezzata, si fa per dire, è il giardinetto pubblico, ma neanche qui ci sono alberi a sufficienza che facciano ombra e diano ristoro. I bambini affollano quest'unica area nelle ore serali, ma non si vede mai un anziano seduto a ristorarsi all'ombra di un albero. Ma lei, si rende conto che a Grotta non c'è niente che possa dare un minimo segnale di vivibilità? Grotta forse è l'unico comune della Provincia a non avere una piscina comunale, un cinema, un teatro, una struttura sportiva degna di questo nome!... Vogliamo ritenere tali servizi non necessari, accessori? E gli spazi verdi?... Gli spazi verdi urbani, che nel nostro paese sono pressoché inesistenti, non sono soltanto elementi di abbellimento e di decoro, ma assolvono a molteplici funzioni di natura ambientale, sociale, culturale. Gli spazi verdi migliorano il microclima della città, sono componenti essenziali del paesaggio, rendono possibile uno stile di vita sano, favoriscono le relazioni sociali e la coesione della comunità. Lei si rende conto che una vita sociale rarefatta ed emotivamente negativa è deleteria per i nostri piccoli paesi? In un piccolo paese la qualità della vita si basa soprattutto sull'uso del tempo e sulle relazioni sociali. Senza questi elementi la comunità è morta e non serve destarla una volta all'anno, con il Festone!
Se lei si decidesse, almeno per una volta, a muoversi a piedi camminando per le vie e le piazze in questi giorni di gran caldo, si renderebbe conto che l'intero paese necessita di interventi capillari di manutenzione ordinaria e straordinaria, e soprattutto si renderebbe conto che il livello di vivibilità è ormai bassissimo, per me, a livello zero. Non imputo a lei, naturalmente, la bruttezza naturale dei luoghi: se non ci sono attrattive, e cioè bei palazzi, viali alberati, piazze ordinate e pulite, strade asfaltate e senza buche, non è colpa sua. Ma se c'è una possibilità, sia pur minima, di abbellire o di rendere agevole anche il gesto più semplice e naturale del mondo che è quello di camminare nelle strade, e lei deliberatamente non lo fa, questo sì, è colpa sua! Se i marciapiedi sono quasi inesistenti e, dove esistono, si rivelano finanche pericolosi, perché costruiti privi di ogni criterio funzionale ed estetico, non è colpa sua, ma lei potrebbe tuttavia intervenire con oculata prontezza là dove necessita un qualsivoglia intervento. Non spetta a me, comune cittadina, suggerire le modalità o i criteri da adottare, ma di sicuro posso dire e ho il diritto di dirlo, che l'ambiente in cui vivo non è per niente sostenibile. Esso non permette di fruire di alcun vantaggio, non consente di sviluppare le proprie potenzialità né di condurre una vita relativamente serena e soddisfatta.
Caro Sindaco, qui non c'è una buona qualità di vita: il centro è stretto in una morsa di traffico d'auto caotico e inquinante, le strade chiuse tra asfalto e cemento, dappertutto; non c'è un albero lungo il corso che faccia un cono d'ombra nelle ore assolate, non c'è un luogo dove poter passeggiare in sicurezza e vedere i bambini correre liberi e felici. L'unica area attrezzata, si fa per dire, è il giardinetto pubblico, ma neanche qui ci sono alberi a sufficienza che facciano ombra e diano ristoro. I bambini affollano quest'unica area nelle ore serali, ma non si vede mai un anziano seduto a ristorarsi all'ombra di un albero. Ma lei, si rende conto che a Grotta non c'è niente che possa dare un minimo segnale di vivibilità? Grotta forse è l'unico comune della Provincia a non avere una piscina comunale, un cinema, un teatro, una struttura sportiva degna di questo nome!... Vogliamo ritenere tali servizi non necessari, accessori? E gli spazi verdi?... Gli spazi verdi urbani, che nel nostro paese sono pressoché inesistenti, non sono soltanto elementi di abbellimento e di decoro, ma assolvono a molteplici funzioni di natura ambientale, sociale, culturale. Gli spazi verdi migliorano il microclima della città, sono componenti essenziali del paesaggio, rendono possibile uno stile di vita sano, favoriscono le relazioni sociali e la coesione della comunità. Lei si rende conto che una vita sociale rarefatta ed emotivamente negativa è deleteria per i nostri piccoli paesi? In un piccolo paese la qualità della vita si basa soprattutto sull'uso del tempo e sulle relazioni sociali. Senza questi elementi la comunità è morta e non serve destarla una volta all'anno, con il Festone!
martedì 25 luglio 2017
PENSIERINO DELLA SERA
Se riuscissimo a rompere la nostra solitudine e comunicassimo a cuore libero i nostri sentimenti, ci sentiremmo sicuramente meglio in questo sporco mondo! Stiamo tutti soffocando in un mare di indifferenza e di ipocrisia, sordi al richiamo più naturale, che è quello dell'amore e della condivisione con l'altro!
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