domenica 13 gennaio 2013

Diagnosi della Virtù

"O Albino,virtù è potere stimare al giusto le persone fra cui ci troviamo, le cose di cui viviamo; Virtù è sapere che valga ogni cosa per l'uomo; Virtù è sapere che cosa per l'uomo sia giusto, utile, onesto, quali siano beni e, per converso, quali siano mali, che cosa sia inutile, turpe, disonesto; Virtù è sapere porre un termine ed una misura all'avidità; virtù poter assegnare il loro valore alle ricchezze, virtù dare ciò che si deve realmente all'onorabilità, essere nemico giurato degli uomini e dei costumi cattivi e, invece, difendere gli uomini ed i costumi buoni, stimarli molto, amarli, essere loro amico: finalmente mettere al primo posto il bene della patria, poi quello dei genitori, e da ultimo il nostro." [Lucilio, Satire, Fr.1326-1338]

mercoledì 9 gennaio 2013

Laura non c'è...

Oggi ho parlato alla classe di Laura, o meglio dell'amore di Petrarca per Laura, un argomento che spesso affascina i ragazzi, coinvolti come sono (tutti o quasi tutti)nei grovigli dell'esperienza amorosa. Laura è per Petrarca non più la donna-angelo della tradizione stilnovista, ma una donna che suscita nell'animo del poeta una passione umana e terrena, un desiderio perennemente inappagato che dura anche dopo la morte della donna. Ma il Petrarca comunque si riallaccia ai modelli della tradizione cortese, sulla base di quella minuziosa indagine psicologica sugli effetti che quella passione suscita nell'animo, anche se in lui il calore della passione è più vivo, più aderente al sentimento e non rigidamente intellettualistico. Come nei poeti dello Stilnovo, anche in Petrarca l'arte è un sentimento aristocratico della lingua e dello stile e quindi virtuosismo e preziosità. Può accadere infatti di trovare nel Canzoniere sonetti in cui l'artificio nasconde la vera poesia, ma la dottrina di cui la poesia è intessuta serve al poeta per superare la violenza immediata della passione, per dominarla traducendola in un linguaggio limpido e armonico, in un classico equilibrio di concetti e di forme. L'amore per Laura è tuttavia la causa prima del tormento interiore del poeta. Tale tormento nasce dall'intimo dissidio tra il volere e il non volere, tra il desiderio di Laura e quello di Dio. La figura di Laura è una figura evanescente, lontana eppure vicina, irraggiungibile, raramente colta in un gesto preciso. Si pensa che Laura fosse un simbolo nella poesia di Petrarca mentre è vero che essa rappresentò un'esperienza concreta che però nella poesia viene trasfigurata a rappresentare l'aspirazione a una felicità terrena non effimera ma comunque irraggiungibile. Laura non c'è mai nel momento presente, è sempre vagheggiata nel ricordo, nella fantasia, nel sogno e addirittura diventa più viva quando è morta, quando cioè il poeta può meglio sentirla come creatura della sua anima, memoria nostalgica di una giovinezza perduta. Il tema dell'amore diventa così un mito che riflette sulla caducità della vita, sull'approssimarsi della morte, sulla gloria che sola può proiettare la vita in una dimensione eterna, sul desiderio di contrapporre ad essa la comunione con Dio e l'assoluta tranquillità dell'anima.

sabato 5 gennaio 2013

venerdì 4 gennaio 2013

domenica 23 dicembre 2012

sabato 15 dicembre 2012

Le gioie della campagna

Quando, o campagna, ti potrò vedere?
Quando mi sarà dato, ora coi libri
degli antichi, or col sonno ora con l'ozio,
sorbir l'oblio di un'agitata vita?
Quando mi serviranno a mensa, insieme
ai legumi ben unti in grasso lardo,
le fave, di Pitagora parenti?
Oh le notturne, le divine cene
presso il mio focolare: dov'io stesso
mangio coi cari amici e pasco i servi
insolenti coi resti della tavola.
A piacere si vuotano i bicchieri
ineguali, da sciocche convenienze
liberi, e chi da forte bevitore
sceglie vino robusto e chi la gola
gradisce inumidirsi di leggero.
E si discorre allora: non di ville,
non di case degli altri, non se Lepos
danzi più o meno bene: ma di cose
che ci toccano serie da vicino
e che ignorare è male: se felici
gli uomini siano per virtù o ricchezze,
che cosa ci sospinga all'amicizia,
se l'utile o l'onesto; e quale sia
del bene la natura e la pienezza.
[ Orazio, Saturae, II, 6, vv. 60-76, trad. di E. Cetrangolo]

domenica 9 dicembre 2012

Poesia e Pedagogia




Si può insegnare la poesia nella scuola? Intendo dire insegnare come si fa una poesia? Mi verrebbe da dire no, perché la poesia la si deve praticare, essa infatti significa etimologicamente creare, fare, per un istinto quasi naturale. Eppure il problema a scuola ce lo poniamo, almeno noi insegnanti di italiano, quando ci troviamo di fronte alle difficoltà oggettive non dico di comporre una poesia, ma di analizzarla e di comprenderla. Si dice spesso che i giovani non sentano il bisogno di poesia, ma ciò non può essere vero per nessuno, tanto meno per i giovani. Essi piuttosto si nutrono di un’altra poesia, di quella dei cantautori, per intenderci, più semplice e quindi più alla portata della loro comprensione, perché di questo hanno bisogno, di una facilità di apprendimento che gli consenta di godere di emozioni forti, sollecitate dalla musica, senza doversi lambiccare il cervello a sciogliere i dilemmi della metrica e della metafora! Eppure, la poesia “alta” la si deve insegnare, e forse un modo c’è. La poesia a scuola è fuori dalla possibilità di un’esperienza vissuta dai giovani, c’è quindi bisogno di una mediazione, si tratta di ridare, per così dire artificialmente un contesto alla poesia, senza il quale non c’è comprensione. Insomma, la premessa alla comprensione della poesia è la conoscenza storica, cui poi si aggiungono gli strumenti analitici (dello strutturalismo) usati per smontare le componenti peculiari della macchina poetica, ma tutto ciò non risulta quasi mai sufficiente. Allora, a quale espediente possiamo ricorrere per fare apprezzare ai ragazzi la poesia di Dante e di Montale? A me è capitato, nella pratica didattica quotidiana, di dover analizzare una poesia in una classe seconda superiore in un momento assai particolare,ossia in un giorno in cui i ragazzi non avevano il libro di testo né informazioni sulla poesia e sull’autore. Sembrerà strano, ma attraverso la sola lettura che io ho fatto di questa poesia, si è accesa come una luce nella classe e tutti, pienamente coinvolti, mi hanno chiesto di entrare in quel testo, di capirne il messaggio, di studiarne la forma. Abbiamo quindi operato prima una parafrasi del testo chiarendo di ogni singola parola il significato, distinguendone l’aspetto connotativo e quello denotativo, poi l’abbiamo riletta e subito i ragazzi hanno colto il messaggio insito nel testo, lo hanno discusso, ampliato, modificato, nel complesso si sono avvicinati molto alla giusta interpretazione, e questo senza avere dalla loro le giuste inferenze. Voglio dire con ciò che nella scuola i libri di testo, con le interferenze comunicative di note e commenti spesso tediosi e saccenti, privano i ragazzi del gusto di una lettura immediata, della ricerca e della scoperta e in definitiva li demotivano anziché no alla fruizione della poesia. Pertanto, io penso che a volte attraverso la sola lettura, intesa però come comunicazione emotiva, come puro godimento emozionale, attraverso l’empatia che il docente dovrebbe avere, si può aprire un varco nell’animo dei ragazzi alla fruizione e comprensione della poesia. Concludo con una citazione di Gadamer, che recita pressappoco così: "Nulla come lo scritto ha il carattere di pura traccia dello spirito e però nulla come esso è rimandato allo spirito comprendente”.