lunedì 2 aprile 2012

Compiti sì compiti no

E' di questi giorni la polemica sulla questione dei compiti a casa. E' partita dalla Francia, dove la più autorevole Associazione dei genitori, la FCPE, ha protestato contro i compiti assegnati a casa ai bambini della scuola elementare, ritenuti "inutili e ingiusti", in quanto priverebbero molti allievi dell'aiuto dei genitori che lavorano fuori casa e non possono quindi sobbarcarsi anche della guida allo svolgimento dei compiti dei loro pargoli. Tale polemica ha avuto una vasta eco anche in Italia, tanto che lo stesso Ministro Profumo è intervenuto esprimendo la propria tesi, naturalmente a favore della riduzione dei compiti. Mi permetto di dire la mia: l'affermazione del ministro è, secondo me, capziosa in quanto, in primis, omette di considerare la diversissima situazione della scuola italiana rispetto a quella francese, poi trascura il fatto che la nostra scuola, pur mantenendo, per così dire, la tradizione dei compiti a casa, si è da tempo svuotata di reale e concreta sostanza.
Voglio parlare della mia personale esperienza di docente di un liceo scientifico, ebbene, nel lontano 1996, quando m'insediai stabilmente sulla cattedra di Italiano e latino, di cui tuttora sono titolare, mi fu detto a mo' di accoglienza che in quella scuola i ragazzi erano per lo più interessati alle materie scientifiche e alla matematica, perciò stessi ben attenta a non assegnare "troppi" compiti a casa, specialmente versioni di latino, per non sottrarre ai ragazzi tempo utile agli esercizi di matematica o di inglese (anche questa materia preferita perchè spendibile sul mercato). Di buon grado ho sempre accettato questa logica delle preferenze, anche perché amo la didattica laboratoriale e l'ho sempre praticata con entusiasmo. Voglio solo dire che ho introdotto nella mia scuola un laboratorio di scrittura permanente, sempre richiestissimo dai ragazzi, che è servito anche come attività di recupero per l'italiano, penalizzato dal limitato numero di ore necessarie per la pratica della scrittura. A lungo andare però le cose sono andate diversamente da come mi prefiguravo. Innanzitutto, a furia di ridurre i contenuti, di abbassare gli obiettivi, di uniformare gli intelletti, il latino è divenuto impraticabile, infatti non ci puoi sempre giocare in classe con le traduzioni collettive e facilitate, è necessario anche che ci si applichi personalmente, in maniera autonoma (la traduzione è anche esercizio di stile). E qui viene il bello: il tempo in classe è risultato via via sempre più insufficiente, a casa, gli studenti, per lo più pendolari, dispongono al massimo di due o tre ore in cui fanno matematica e inglese, il latino è messo da parte definitivamente. Ma non finisce qui: la stessa sorte è toccata all'italiano. Se parli del biennio, non puoi pretendere che a casa facciano esercizi di grammatica, riassunti o temi tutti i giorni, devi bilanciare il peso dei compiti con le altre discipline, mentre in classe, nelle poche ore di cui disponi e con un numero esorbitante di alunni, devi barcamenarti fra appello, giustificazioni, spiegazioni, interrogazioni,indicazioni e quant'altro. Se invece parli del triennio, scordati pure la Divina Commedia, tanto non la la leggono e, se pure l'ascoltano talvolta (per "divina" ispirazione dell'insegnante), rimane nella loro mente come una storiella d'altri tempi. Se poi parliamo di letteratura e vuoi azzardare l'ipotesi di un'analisi testuale da far fare a casa, sei una pazza. Già è troppo se imparano la vita, l'opera e il pensiero di un autore a quadrimestre, tanto per essere interrogati. Se infine pretendi che facciano dei collegamenti, che sappiano elaborare un concetto in totale autonomia o che sappiano individuare un preciso contesto storico di riferimento, allora sei non solo pazza ma una "rompi" bestiale. Signori miei, qui non è d'uopo dissertare su compiti sì o compiti no, qui è il sistema d'istruzione in toto che deve essere messo in discussione, per non parlare della valutazione, spina pungente nel fianco dell'istituzione scolastica.

mercoledì 21 marzo 2012

Quale cultura?

La cultura è cambiata. Avanza a grandi passi una cultura diversa, io direi con la "c" minuscola, facile e pronta all'uso, quasi un Fast food i cui ingredienti sono banali informazioni oppure sterili nozioni. Il bello è che la scuola legittima e consacra questa cultura o forse è costretta a farlo, non lo so. Di certo so che nella scuola c'è tanta confusione su questo argomento. Mi si potrà obiettare che la scuola non è la sede della cultura ma dell'istruzione, okay, su questo non ci piove! Ma l'istruzione che dà la scuola a quale uso è destinata? Che istruzione è? Io penso che essa è un un insieme di strumenti, di mezzi che devono servire in ultima analisi ad impossessarsi della cultura, che è conoscenza, capacità, abilità da spendere in futuro in ogni campo. Ebbene, se l'istruzione è finalizzata alla cultura, i suoi contenuti debbono essere culturali, o no?
Il dilemma mi è sorto stamattina in classe nel momento in cui, interrogando un allievo su Tacito, per tutta risposta mi sono sentita un guazzabuglio di informazioni, diciamo di nozioni che l'allievo aveva "scaricate" da Wikipedia. Voi direte: "Bene, il ragazzo ha voluto approfondire l'argomento!" E invece no. Il ragazzo, invitato ad elaborare autonomamente qualche concetto fondamentale, si è sorpreso della sua stessa incapacità e sicuramente mi ha odiato pensando ad una persecuzione contro di lui. Anche perché mi sono infuriata e mi è scappato di dire a gran voce: "Wikipedia lo deve usare tuo padre e quanti come lui sono fuori dal mondo della scuola, unicamente per informarsi su ciò che non sanno! Voi invece dovete studiare sui libri e capire le spiegazioni dell'insegnante!" Da questa mia battuta è scaturito un putiferio: il ragazzo si è sentito offeso perchè ho fatto riferimento al padre non capendo che era lui che si doveva sentire offeso in quanto studente liceale. La discussione è un pò degenerata, perchè io ho voluto rimarcare l'importanza della cultura umanistica in un liceo scientifico, cosa che i ragazzi, alcuni insegnanti e il clima culturale in genere stanno mettendo sotto i piedi. Il latino è ridotto ai minimi termini, la letteratura non conta nulla, la lingua italiana è un optional; abbiamo casi estremi di alunni che in quinta non sanno leggere e scrivere, e ciò nonostante...
Vi assicuro, non sono esagerazioni le mie, i ragazzi copiano tutti i compiti e non c'è nulla da fare, a meno che non vuoi inimicarti genitori e presidi. Il liceo scientifico garantisce la promozione solo a coloro che sanno fare qualche calcolo matematico, le materie umanistiche non sono tenute in grande considerazione. Molti cominciano a pensare che la cultura umanistica serva da corollario a quella tecnica e scientifica. Se così fosse , quale nuova cultura sta emergendo? A questo punto, a che serve che noi docenti ci adeguiamo all'uso dei computer? Mi piacerebbe aprire un dibattito serio su questi problemi, sulla credibilità della scuola , sul futuro delle giovani generazioni...

venerdì 16 marzo 2012

I giovani sono ignoranti? La colpa non è della scuola

La scuola è come un ospedale dove si recano i malati che hanno bisogno di curarsi. Se però la famiglia non ha abituato i figli a leggere, essa può fare poco o anche niente. La scuola dà l'istruzione per l'uso (a chi ne ha bisogno), è come il bugiardino dei farmaci, ti dà le informazioni, ti suggerisce la giusta posologia, ti dà le dovute avvertenze, ma se tu che sei il malato ti rifiuti di guarire, sei destinato a morire.

domenica 11 marzo 2012

L'acqua

Un giorno l'acqua, trovandosi nel suo elemento, ossia nel superbo mare, fu presa dalla voglia di salire nel cielo.
Si rivolse allora ad un altro elemento, cioè al fuoco, pregandolo di aiutarla. Il fuoco acconsentì, e col suo calore la fece diventare più leggera dell'aria trasformandola in sottile vapore.
Il vapore s'innalzò nel cielo, andò molto in alto, fino agli strati più sottili e più freddi dell'aria, dove il fuoco non poteva più seguirlo. Allora le particelle del vapore, intirizzite dal freddo, furono costrette a stringersi insieme, diventando più pesanti dell'aria. E caddero, giù, sotto forma di pioggia. Anzi, non caddero, ma precipitarono. Erano salite nel cielo troppo piene di superbia, e furono messe in fuga. La pioggia fu bevuta dalla terra secca: e così, restando tanto tempo imprigionata nel suolo, l'acqua scontò il suo peccato con una lunga penitenza.

[ Leonardo Da Vinci, Favole, Fo.III.2 r.]

giovedì 8 marzo 2012

8 Marzo: niente da festeggiare

Sono 31 le donne uccise dall'inizio dell'anno in Italia: un dato sconcertante, inaccettabile per un Paese civile!La violenza fisica non è che un retaggio culturale arcaico, un istinto cieco ed elementare che ha radici profonde, giammai sradicate. Oggi non c'è proprio niente da festeggiare, ha dichiarato l'Associazione Telefono Rosa, e lo dico anch'io, in piena convinzione. Ci eravamo illuse sull'emancipazione, riaffiorano invece, anzi si riconfermano in tutta la loro brutalità gli stereotipi consueti, antichi quanto il mondo.
Tutto comincia (stando ai tempi più vicini a noi)con la scienza positivista che teorizza l'inferiorità della donna per ribadirne il ruolo di madre e di angelo tutelare della famiglia. Medici, scienziati, psichiatri e filosofi, da Lombroso a Nietzsche allo stesso Freud, confermano una visione negativa della donna. Addirittura ci fu all'inizio del Novecento un filosofo austriaco che in un saggio tentò di fondare una filosofia dei sessi, considerando il sesso maschile come momento costruttivo del buono, del bello, del vero, e quello femminile come momento opposto. Quel saggio, intitolato "Sesso e carattere" ebbe un successo strepitoso e contribuì non poco alla teorizzazione del diverso come inferiore e della donna associata ai diversi, come gli ebrei o i neri. Il Verismo contribuisce in modo sostanziale al mutamento della raffigurazione della donna e dell'erotismo, accentuando la scissione tra spiritualità e fisicità del desiderio: l'amore diventa una spinta dei sensi, un istinto violento e anche delittuoso. Tematiche come quella dello stupro, presente in una novella di Verga (Tentazione)indagano la fisiologia amorosa nei suoi versanti patologici. E' superfluo elencare quello che aggiunse in seguito il Fascismo sulla donna, con la sua retorica aberrante i cui residui si sono perpetuati fino ai nostri giorni, nel quasi ventennio del berlusconismo. Ma non mi va di ripercorrere la storia dell'antifemminismo nell'arte e nella letteratura, voglio dire solo che la deformazione dell'immagine femminile è stata scientemente costruita dagli uomini che della donna avevano paura, perché sottraeva loro la facoltà del possesso e del dominio.Oggi abbiamo la televisione che ci propina quotidianamente donne svuotate di coscienza e ricche di carne, che mute fanno da contorno in trasmissioni condotte da uomini, ma di che parliamo? Tante, troppe donne oggi non sono ancora consapevoli dei loro diritti di persone e pensano che vestirsi alla moda o anche svestirsi significhi realizzazione di sé e della propria vita.

mercoledì 7 marzo 2012

Quando dici poeta...

A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.
E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.
Ma soprattutto amate i poeti.
Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.
Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana.

Alda Merini, da "La vita facile"