mercoledì 13 marzo 2024

Sono entrate parole nella scuola che non c’entrano nulla con ciò che gli insegnanti hanno imparato per insegnare, parole che li destabilizzano distraendoli dall’obiettivo fondamentale cui sono chiamati. Nella scuola italiana si parla inglese e si mettono da parte le lingue della nostra tradizione classica. Mentre all’estero nelle scuole superiori più prestigiose ci sono i corsi di lingua latina e di civiltà greca, in Italia viene imposto il CLIL per integrare la conoscenza della lingua inglese in contenuti non linguistici. La tendenza è quella di assecondare le richieste sempre più pressanti del sistema economico neo liberista che sostiene un’idea di scuola atta a formare il “capitale umano” per il sistema di produzione capitalistico 4.0.Ma il compito della scuola non è educare e istruire il capitale umano, bensì fornire una possibilità di emancipazione umana, soprattutto a coloro che partono in una situazione di disagio. La scuola sta perdendo la sua identità nell’abbaglio dell’Utilità economica, del Consumismo, della Tecnologia. Rivolgo un accorato appello a tutti gli insegnanti d’Italia: “Unitevi, fate fronte comune contro i pressanti tentativi di piegare le conoscenze al saper fare rendendole inutili perché non spendibili sul mercato del lavoro. Insegnare non è un atto burocratico, ma un processo di crescita che deve portare alla conquista della libertà di pensiero. Deviare da questo obiettivo significa indebolire la democrazia.”

lunedì 9 maggio 2022

Donne contro

 La solidarietà fra donne negli anni 70 veniva chiamata autocoscienza femminile, ed era comune a tutte le donne, almeno nella fase nascente del movimento femminista. Tutte le donne, in modo trasversale erano unite nella lotta per l'emancipazione e non c'erano differenze tra classi sociali o categorie. Oggi l'idea stessa di emancipazione è in molti aspetti superata, almeno nell'ambito economico in quanto è ormai universalmente accettata l'idea che la donna lavori fuori dalle mura domestiche. Il problema di oggi è la competizione, a tutti i livelli, soprattutto fra uomini e donne, fra certi uomini e certe donne. Mi spiego: la competizione tra uomini e donne vede rinascere forte e prepotente da un lato il maschilismo becero e violento che si accanisce contro la donna che rivendica libertà e autonomia, dall'altro il maschilismo soft, nascosto e camuffato, che blocca la donna sulla soglia apicale del potere, a tutti livelli. Il problema , però, investe il rapporto tra le donne che in questo quadro non possono essere più solidali tra loro. Infatti, come possiamo parlare di solidarietà fra donne con tacco 12 e donne che portano scarpe da ginnastica, oppure fra donne che viaggiano in Maserati e donne che viaggiano in treno come pendolari tutti giorni? Che rapporto può mai esserci fra una casalinga che si sfianca tutti i giorni e una donnea in carriera che imita gli uomini mettendosi addirittura contro chi fa la donna e basta? Secondo me, il femminismo deve rinascere su nuove basi.

venerdì 29 aprile 2022

Vogliamo la Pace!

 Io  non me la sento più di parlare di questa maledetta guerra. Stiamo assistendo inermi ad un massacro senza fine e passiamo il tempo a discutere sulle ragioni dell'una e dell'altra parte in conflitto. Basta!! C'è solo una parola da dire ed è Pace, Pace, Pace! Si attivino tutti i governi dell'Europa, soprattutto si pronunci per la Pace Biden, o Pagheremo tutti un costo altissimo di questa guerra. 

lunedì 25 aprile 2022

giovedì 21 aprile 2022



 E' questo  il mio paese

tra la Chiesa austera, la strada, le case 

e, in fondo, un'altra chiesa  piccola, 

antica e quasi sempre chiusa,

che ora non c'è più, spazzata via dal terremoto.

Qui si svolgeva un tempo la vita

pullulante di uomini e botteghe, 

di donne affaccendate, di vecchi sull'uscio delle case

 di frotte di bambini festosi ad ogni ora.

Di quel mondo, piccolo

e protetto nelle braccia del Signore,

non è rimasto nulla, 

se non le pietre dei muri e del selciato. 

Se ci cammini lungo quella strada, 

senti il rumore dei tuoi passi,

una sinistra eco che s'insinua fra i vicoli e gli anfratti.

Ti trema il cuore in tanta solitudine.

Povero mio paese, così abbandonato, 

così prosciugato di ogni linfa vitale!

Ti hanno messo il vestito della festa,

sei bello, pulito e profumato di glicine e lillà,

 ma quanta pena per le case

chiuse e desolate, per il silenzio 

che da quelle porte parla della morte.

RC

giovedì 24 marzo 2022

De bello ucraino

 Parlare della guerra in corso per esprimere un'oziosa opinione mi sembra inopportuno e anche inutile. La guerra è un affare complesso, necessita di una massiccia mole di informazioni storiche, politiche, geopolitiche, sociali di entrambe le parti contendenti. È pura retorica affermare che la guerra va evitata ad ogni costo, che la guerra è male, il male assoluto, ma quando divampa, quando esplode significa che le parti rivendicano con eguale forza le proprie motivazioni. Queste, a ben vedere, sono giuste per entrambe le parti, con la sola differenza che una parte è di gran lunga più forte e facilmente schiaccia la parte avversa molto più debole. È da sempre così, da che il mondo è mondo, perché la forza vince sempre sul debole. Ora, in questa guerra, asimmetrica e feroce ai danni dell'Ucraina da parte della Russia,  per la prima volta, dopo la fine della seconda guerra mondiale, è coinvolta tutta l'Europa e gli USA e la NATO. Si profila il coinvolgimento del mondo intero in una terza guerra mondiale. L'Ucraina sta implorando aiuti militari all'Europa per difendersi in una strenua difesa della propria libertà e indipendenza dalla sfera d'influenza sovietica. Al momento la risposta si è concretata in sanzioni economiche alla Russia, ma intanto continuano le bombe che devastano città e villaggi, affamano il popolo ucraino, uccidono civili.  Intanto bambini, anziani, donne, intere famiglia  abbandonano le loro case, la loro patria e si disperdono nei vari Paesi dell'Europa. Milioni di ucraini premono ai confini della Polonia,  centinaia di migliaia sono in cammino attraverso i corridoi umanitari, migliaia, almeno 70 mila, sono già in Italia. Non manca la solidarietà verso la povera e martoriata Ucraina, ma non si intravede ad oggi nessuna soluzione di fine conflitto. 

lunedì 7 marzo 2022

Le donne... questo mistero

 


“Le donne fanno spesso l’errore di perdersi.
Si perdono in amori sbagliati,
in storie che le consumano,
in amicizie deludenti,
in giornate tristi.
A volte, le donne si consumano.
E un poco alla volta smettono di sorridere,
di ballare, di meravigliarsi.
E poi fanno l’errore più grande.
Si dimenticano chi sono e come lo sono diventate.
Dimenticano di essere speciali. E rare.
Poi, però, ed è questa la bellezza delle donne,
arriva un giorno in cui stravolgono tutto,
e dicono “no, così non va”.
E riaprono gli occhi.
E in quel momento,
guardandosi allo specchio,
si ritrovano.
In uno sguardo nuovo.
In una pettinatura insolita.
In una sfrontatezza improvvisa.
Si riscoprono uguali, ma diverse.
Più forti. Più vive.
Ed è bellissimo
quando una donna si innamora
di sé stessa”

(Riccardo Bertoldi)

martedì 1 marzo 2022

Le ragioni della pace e della guerra

Questo dialogo è stato scritto dai miei alunni di qualche tempo fa durante le attività di un laboratorio di scrittura creativa. Il testo fu rappresentato con recitazione in teatro in occasione della giornata della memoria. 

 GUERRA: Io sono sempre esistita, sono la forza del mondo, il motore del progresso, il riferimento costante per la costruzione del tempo storico. Nei secoli sono stata santa, giusta, difensiva, espansiva, sempre presente nella storia dell'umanità. Io sono figlia di Caino, che il Signore lasciò peregrino sulla terra dopo che aveva ucciso il fratello Abele, dalla sua discendenza sono arrivata fino ad oggi; il Signore mi ha concesso questa lunga permanenza sulla terra e ci resterò fino alla fine del mondo. La stessa Roma ed il suo Impero non sarebbero mai sorti se Romolo non avesse ucciso il fratello Remo.

 PACE: Io sono la tranquillità dell'ordine, il dominio razionale sugli impulsi animali presenti nell'uomo. Io sono l'armonia, la concordia, il perdono, la misericordia, la clemenza, la risposta agli istinti distruttivi e nefasti. 

GUERRA: Non sempre si può perdonare, alla guerra si risponde con la guerra, è fatale! 

PACE: Il mondo, però, è il teatro della guerra, bisogna custodirlo con cura, come cosa che non è solo nostra, che ci è concessa per conservarla e lasciarla ai nostri figli ed essi a loro volta per saecula saeculorum... 

GUERRA: Alla violenza si risponde con la violenza; io sono pronta per essere usata contro la brama di chi vuole impossessarsi dei territori altrui, io sono per chi vuole essere liberato dalla schiavitù per dare onore a chi comanda secondo la legge. 

PACE: E non pensi alle conseguenze che puoi provocare? 

GUERRA: Se uso le bombe è per buone ragioni, io mi adopero per fermare le cose terribili fatte a gente innocente: persecuzioni, genocidi, esilio. 

PACE:  Le cose terribili di cui tu parli finora le hai compiute tu sola, più che tutte le azioni malvage degli uomini in ogni parte del mondo. Tu stai dalla parte sbagliata.

GUERRA: Io sono per la la risoluzione definitiva e la più concreta possibile delle controversie e dei conflitti. Agisco con chiarezza ed obiettivi specifici, non sono per i modi subdoli di prevalere annichilendo docilmente, delicatamente per sentieri che si dice siano quelli di Dio. Io agisco alla luce del sole, con strumenti visibili a tutti: le bombe, i fucili, le mitraglie, i carri armati, i missili. 

PACE: Su questo io convengo, ci sono guerre senza spargimento di sangue, in cui le grida, i lamenti sono soffocati nell'intimo, e l'angoscia, il dolore come pietrificati, inespressi, ma queste sono altre forme di guerra. Se tu vuoi fare intendere che rispetto al passato oggi sei più "intelligente," t'illudi. Tu sei stata, sei e sarai sempre cieca e insensata! Pensa per un attimo alle mine, uno dei tuoi ordigni di morte, le hai disseminate ovunque in certe parti del mondo, e sono esse sempre in agguato, persino in un semplice campo. Pensa, una bambina raccoglie per caso primule e viole in un prato rincorrendo i suoi sogni, ed ecco all'improvviso un botto, una grande esplosione e della bambina, dei fiori, del prato non rimane più niente, nemmeno uno stelo! Tutto distruggi, in un modo o in un altro!


GUERRA: Solo distruggendo si rigenera il tutto. 

PACE: Tu ti nutri di odio, di quell'odio che mai s'addormenta, che sempre vigile, attento, deciso trascina i più deboli sapendo creare persino bellezza, poiché suo fratello è il denaro. 

GUERRA: NO, non parlare di odio, io faccio appello al diritto, quello della forza, un diritto antico quanto il mondo: vince chi è il più forte. E' questa la logica prevalente nel mondo. Piuttosto, tu che ti chiami Pace, sei forse il benessere materiale? il Consumismo sfrenato? o l'intrallazzo? Insomma, Pace vuol dire assenza di guerra o piuttosto assenza di azione, immobilismo, conservazione, inerzia? Io dal canto mio mi sono evoluta, oggi posso chiamarmi guerra chirurgica, pulita, dispongo di bombe intelligenti, di missili a lunga gittata, di radar, armi nucleari in grado di distruggere il mondo intero in un attimo. 

PACE: Chi ostenta la propria intelligenza è di solito uno stupido. Ho visto gli effetti delle tue bombe intelligenti: colpivano treni con tanti passeggeri, profughi in cammino verso la salvezza, acquedotti che portavano acqua a chi aveva sete, scuole dove bambini inermi sognavano un futuro felice, una vita di pace. Le bombe sono ordigni di morte nelle mani di uomini senza coscienza.

GUERRA: I miei amici sono i potenti, quelli che promettono e poi non mantengono le loro promesse, sono coloro che profanano le chiese con la loro ipocrisia, che rubano al povero il suo pezzo di pane, che inneggiano al loro unico Dio, il denaro.

PACE: Questi tuoi amici dimenticano di essere mortali fra tutti gli altri mortali.

sabato 1 gennaio 2022

Il cambiamento che verrà

Ripensare la scuola, ora o mai più. Il ministro Bianchi ha annunciato che a settembre comincerà un anno costituente per la scuola italiana, finalmente messa al centro dell’azione politica. Ci piacerebbe che così fosse, ma siamo certi che i veri problemi della scuola il ministro non li conosca, come non li conosceva la precedente ministra Azzolina, benché provenisse lei stessa dal mondo della scuola, come non li conoscono i tanti giornalisti che spavaldamente ne parlano come se fosse di loro competenza. La conseguenza di tutto questo gran parlare fa sì che sulla scuola da troppo tempo ormai grava una vuota retorica che non coglie minimamente la realtà e anzi la travisa. Quello della scuola è un mondo chiuso, asfittico e ridondante, una macchina farraginosa che procede per inerzia, svuotata di ogni valore. Nessuno può sapere come funziona se non chi vi opera all’interno da tanti anni e vede con i propri occhi lo sfacelo consumato per anni nel tentativo di rincorrere il nuovo. Pensiamo ad esempio alla valutazione degli apprendimenti, condizionata ormai anche dalle pressioni dei genitori diventati negli ultimi tempi il sindacato dei figli, nelle scuole di tutta Italia. Chi si è mai preoccupato di arginare questa sciagura abbattutasi sulla scuola col beneplacito di dirigenti, funzionari e figure gerarchiche ai più alti livelli? A me personalmente è capitato più di una volta di essere contestata da genitori per un voto non sufficiente dato al loro figlio, addirittura sono stata richiamata per non avere dato un dieci ad un compito deludendo l’aspettativa di una madre che pretendeva di competere con me, non essendo un’insegnante e nemmeno laureata. Ma di simili episodi ogni scuola ha le sue stimmate ed anche questi hanno determinato la promozione per tutti, con conseguente valutazione al rialzo netto dei voti. Da almeno un decennio nelle scuole vige un sistema di valutazione che parte dal 6 cosiddetto politico per arrivare agli esami di maturità con i 10, che altro non sono se non 8, 7, 6, mentre i 6 sono 4. Bella cosa! Insomma dalla scuola, diciamo un liceo classico o scientifico, (le scuole professionali e tecniche sono un altro mondo di cui si dovrà parlare in altra occasione), può capitare che escano con un diploma che attesti competenze sufficienti ragazzi che hanno carenze anche gravi nelle discipline fondamentali. A parte il fatto che siffatto sistema per me è altamente diseducativo in quanto disabitua i giovani alle sconfitte come momenti di crescita e di miglioramento, ma soprattutto fa immaginare come questi affronteranno le professioni future, perché dato per scontato che la laurea oggi non si nega a nessuno e tutti possono aspirare a diventare medici, ingegneri, architetti, pensate che una buona formazione non incida su una solida professionalità? Se poi vediamo morire i pazienti o crollare i ponti ce la facciamo la domanda “ ma questi come hanno studiato?”. Io non ho mai pensato alla bocciatura come punizione o come mezzo si selezione discriminatoria, però se un alunno non consegue neppure gli obiettivi minimi delle discipline ha sbagliato indirizzo oppure non è portato per lo studio. Ma che c’è di male in questo? Le famiglie ne fanno una questione di onore e accampano assurde pretese dalla scuola che a furia di rispondere alla clientela e alla richiesta del mercato, ha ceduto riducendo sempre più i propri obiettivi. Basti pensare al latino. Pur di renderlo piacevole e accattivante lo si è marginalizzato come lingua morta e non spendibile sul mercato, mentre la verità è che la lingua latina fa la differenza reale fra chi sa e chi non sa, fra chi è capace e chi non lo è. Ma dire questo oggi è una bestemmia. Il latino non si fa più nemmeno alla Facoltà di lettere classiche come un tempo. Tornando quindi al tema della valutazione, mi chiedo come si sia arrivati a concepire la bocciatura addirittura come un danno irreparabile. Io al contrario sono convinta che promuovere chi non lo merita procura un grave danno non solo individuale ma sociale. Innanzitutto si creano illusioni nelle famiglie e nei ragazzi che si fanno l’idea di avere conoscenze e competenze che non hanno e nella società perché andrebbe a creare un’ingiusta diseguaglianza, mettendo i bravi e i meritevoli in concorrenza con chi ha dalla sua amicizie e relazioni, perpetuando il nostro antico italico malcostume che tanti danni ha creato. A questo si aggiunge il fatto che i ragazzi bravi e meritevoli, i migliori cervelli, per dirla con un’espressione oggi in voga, sono costretti ad espatriare perché in Italia il lavoro c’è solo per i figli di che conseguono con fior di quattrini le lauree più prestigiose, se mai all’estero e in istituzioni private, occupando posti chiave nella Pubblica Amministrazione o nelle libere professioni. Io mi auguro che l’anno che verrà sia veramente l’anno costituente della scuola italiana. Alla politica è demandata la determinazione nell'affrontare un totale ripensamento del sistema scolastico, in risposta alle esigenze sempre più complesse della società civile, alla società si chiede una maggiore responsabilità nell'utilizzo della scuola come elemento di mobilità sociale autenticamente democratica.

mercoledì 19 maggio 2021

Ieri, 18 maggio 2021 un'altra stella del firmamento musicale s'è spenta. Ci lascia il maestro Franco Battiato, supererà le correnti gravitazionali lo spazio e la luce realizzando i suoi sogni, mentre noi vivremo una vita un poco più opaca senza di lui.

venerdì 5 marzo 2021

 

DAD o non  DAD, la scuola ha perso.

 

Per la forte incidenza della variante inglese Covid e per l’aumento  esponenziale dei contagi (in Campania si contano  duemilacinquecento casi al giorno), chiudono le scuole di ogni ordine e grado in  quasi tutta l’Italia. Per la  Campania è prevista zona rossa dalla settimana prossima e di conseguenza la chiusura delle scuole d’infanzia, elementari, medie  e superiori, con grande disagio delle famiglie. Penso a quei genitori che dovendo lavorare o in smart working o fuori casa  sono nella complicata situazione di dover badare ai bambini e lavorare nello stesso tempo. Il problema  scuola sta ricadendo in modo pesante sulla fascia di età compresa fra i tre e i tredici anni, ossia scuola d’infanzia e medie. Non riesco infatti ad immaginare come i bambini possano rimanere dietro un monitor per gran parte della mattinata, senza essere seguiti da una persona accanto che li guidi e li porti per mano  verso l’acquisizione della pratica della scrittura e della lettura. E’ una situazione veramente difficile per tutti quella che stiamo vivendo e, se non  si prosegue su larga scala la campagna vaccinale, non so proprio come ne usciremo, soprattutto non saprei quando potrebbe finire quest’incubo che sta incombendo sulle nostre vite.

 Alle superiori la didattica a distanza sta procedendo relativamente bene, se escludiamo i quotidiani problemi di connessione, di audio o di webcamera, ma preoccupa molto  la dispersione di un certo numero di alunni in ogni istituto. Si calcola approssimativamente che almeno  due  o tre ragazzi per classe  hanno smesso di frequentare le lezioni a causa dell’obbligata condivisione di un unico computer con più membri della  famiglia, fratelli o genitori oppure per  la mancanza di uno spazio adeguato, ossia una cameretta personale in cui non ci siano altre persone. A chiedere poi ai ragazzi se la didattica a distanza fornisce un’adeguata preparazione, la risposta è per lo più negativa, soprattutto per la difficoltà di concentrazione nel seguire le lezioni online e per la stanchezza dovuta alle eccessive ore davanti al computer. Intanto, in questo momento non c’è alternativa, la salute e la sicurezza vengono prima di tutto, e la DAD consente quantomeno di mantenere il contatto coi ragazzi e di svolgere i regolari programmi, almeno formalmente.

Il nuovo ministro, Patrizio Bianchi, in qualche intervista rilasciata nei giorni scorsi ha fatto intendere che la scuola dovrà ripartire in presenza quanto prima ed ha dichiarato che al ministero si sta lavorando per investire risorse  in questa fase. La prima operazione è chiaramente la vaccinazione di tutto il personale della scuola, per il dopo si prevedono “ristori” formativi per sopperire alle povertà educative accumulate in tanti mesi di scuola surrettizia. Probabilmente l’anno scolastico si chiuderà più tardi, non prima del 30 giugno, ad esclusione degli studenti che dovranno fare gli esami di terza media  e di quinta superiore. Guardando oltre l’emergenza l’unica novità per il momento è che  la DAD non sarà più un ripiego ma piuttosto sarà considerata come arricchimento ed integrazione per costruire una nuova scuola. Non si parla ancora di innovazioni nei contenuti delle discipline né di stravolgimenti sistemici e strutturali.  Intanto, chi ripaga i ragazzi  del lungo isolamento, della mancanza di contatto fisico, della socialità per loro così fondamentale? Passano da oltre un anno tutto il loro tempo davanti ad un computer, non hanno più la gioia di uscire nel mondo reale accettando le sfide della vita quotidiana, non curano più la propria persona, limitano le loro attività di relazioni fisiche, non praticano sport. Usciranno da questa esperienza con una frattura insanabile nella loro identità sociale.

 

domenica 31 gennaio 2021

Quelli che vanno via

Che pena venire a sapere della morte di un giovane del nostro paese, della nostra Irpinia, che era andato al Nord per un lavoro provvisorio che qui non avrebbe trovato! Che pena, che il giovane sia Domenico Carraro, sensibile e raffinato poeta, schivo, dolce e pieno di sogni e di progetti! Quanti come lui, strappati a questa terra ingrata, ai loro cari, agli amici dovranno ancora emigrare dai nostri paesi in cerca di lavoro?Chi va via paga sempre il prezzo più alto, accettando anche di fare un lavoro molto al di sotto delle proprie aspettative e dei propri meriti . Domenico era laureato in lettere e Filosofia ed aveva accettato di lavorare come collaboratore scolastico in una scuola. Ha trovato la morte lontano da casa, in Val Camonica, per un'assurda fatalità. Se non fosse partito, se fosse rimasto qui, se avesse trovato qui un lavoro, sarebbe vivo, come si fa a non pensarci? 

 Quelli che partono sono quelli che non cedono la propria dignità a chi in queste zone promette posti di lavoro solo nelle campagne elettorali e poi non mantiene le promesse, perché lavoro non ce n'è, o meglio quel poco che c'è viene dato in cambio di pacchetti di voto.

Qui siamo ancora invischiati in quell'informe garbuglio in cui la politica controlla tutto, ogni assunzione, ogni progetto a termine, ogni posto in ospedale, ogni appalto, e chi è dentro il sistema è dentro, chi è fuori è fuori.  

domenica 24 gennaio 2021

FRA DAD e DID NON CI RESTA SCELTA

 L'anno scolastico 2020-2021 sarà ricordato negli annali della storia della pubblica istruzione in Italia. Nel nostro paese la pandemia ha già fatto registrare il più elevato numero di morti rispetto all'Europa e le cause le conosciamo tutti, dopo i tagli drastici che sulla sanità si sono abbattuti negli ultimi decenni.

 La stessa situazione si registra anche nella scuola, attualmente in una situazione di caos organizzativo senza precedenti, che va ad aggiungersi ai pregressi problemi strutturali e di sistema determinati anch'essi da anni di abbandono e di degrado, anche educativo.  I provvedimenti messi in atto finora dal governo per mantenere le scuole aperte e in piena efficienza si sono rivelati inadeguati, se pensiamo che dal mese di marzo 2019 ad oggi non è cambiato nulla in termini di miglioramento dei mezzi di trasporto, che richiedeva l'aggiunta di qualche autobus in fasce orarie differenziate sia per l'andata sia per il rientro a casa dei ragazzi. Sembra oggi che finalmente l'Air Mobilità abbia attuato il piano di trasporti , che dovrebbe partire entro il prossimo 1 febbraio 2021. Si prevede un aumento dei mezzi su strada e del numero delle corse. Si legge che saranno 36 i bus in più previsti dall'azienda dei trasporti con un aumento complessivo di 92 corse complessive in entrata e in uscita. Staremo a vedere se nei trasporti sarà stata colta l'opportunità di rivoluzionare il sistema in provincia di Avellino, che fino a  ora era da Terzo o Quarto mondo. Dunque, si torna a scuola il 1 febbraio dopo tre mesi di DAD. Nella mia scuola avremo didattica in presenza per 12-13 alunni e il rimanente della classe seguirà da casa, si andrà dunque in regime DID (Didattica integrata digitale) e che Dio ce la mandi buona!

Rimane il problema che se per caso dovesse risultare positivo al Covid un alunno, un professore o un qualsiasi altro operatore della scuola, si ritornerà di corsa in DAD. E allora, scuola chiusa, disinfezione degli ambienti, e daccapo! Ma dico io, non si poteva partire da uno screaning per tutto il personale scolastico e per tutti gli alunni prima di farci ritornare in classe? Non si potrebbe modificare l'orario settimanale riducendo ad esempio a tre ore in presenza  più due in remoto nel pomeriggio? Si eviterebbe l'uso prolungato delle mascherine, perché, si sa, in 5 ore di scuola i ragazzi, ma anche gli adulti sono tentati di togliersela per respirare un po', per poter mangiare uno snack oppure prendersi un caffè. Ma perché deve essere tutto così maledettamente complicato? Si dia piena autonomia alle scuole, almeno in questa emergenza! Le situazioni logistiche, ambientali  sono molto diverse, da scuola a scuola. Per quanto mi riguarda, l'uso della DAD ha costituito un'esperienza unica e irripetibile che ha sostituito egregiamente l'insegnamento in presenza, anzi posso dire con certezza che sono riuscita a connettermi emotivamente con i ragazzi trasmettendo loro tranquillità e fiducia, almeno credo.

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mercoledì 9 dicembre 2020

Tutto cambia intorno a noi

Proprio quando la politica italiana  stava uscendo faticosamente dal ventennio berlusconiano, la pandemia da Covid ha fatto emergere con la dirompenza di un terremoto tutte le disfunzioni del sistema Paese, che in tanti anni erano rimaste nascoste. L’abilità di Berlusconi  era consistita nel simulare di fronte alla crisi economica in atto ottimismo a buon prezzo, servendosi del condizionamento mediatico delle sue tv, che hanno per anni massificato verso l’alto i nostri desideri ma anche assecondato gli istinti perversi e beceri mai del tutto sopiti. Mediaset con i suoi frizzanti programmi  aveva ottenebrato le menti e i cuori di milioni di italiani inebetiti dal miraggio di un’Italia festosa e sculettante riportandoci indietro alla Italietta di mussoliniana memoria. Ci costava ancora molta fatica liberarci da questa cappa asfissiante quando, come la provvidenziale peste di Manzoni, è scoppiata la pandemia da corona virus. Improvvisamente essa ci  ha catapultato in una crisi senza precedenti, giacché investe non solo l’economia ma la nostra stessa esistenza,  e a livello planetario. Il virus ci ha messo di fronte al nostro destino: dove stiamo andando? Quale sarà il nostro futuro? La vita che finora abbiamo vissuto non sarà più la stessa: troppe cose stanno cambiando e saranno mutate dopo. Pensiamo al lavoro … Chi poteva mai immaginare che la stragrande maggioranza dei lavoratori nelle imprese private e nella PA avrebbe fatto ricorso allo Smart Working, che si è rivelato, superate le iniziali difficoltà, un’esperienza preziosa? Non è cosa da poco, è  una vera e propria rivoluzione in atto.  Si tratta di un nuovo modello organizzativo che vede l’individuo, il singolo lavoratore in un rapporto diretto con il proprio lavoro di cui vede concretamente i processi e i risultati, mantenendo la propria autonomia, in una dimensione privata, scegliendo gli spazi, gli orari e gli strumenti operativi a suo piacimento.  Secondo me questa nuova modalità lavorativa fa emergere le concrete competenze, e non solo digitali  del lavoratore. Lo stesso si può dire, in parte, della scuola, che con la cosiddetta DAD ha visto  da un lato  lo snaturarsi della sua funzione di luogo deputato alla crescita e alla formazione del futuro cittadino mediante la socialità e la condivisione,  dall’altro fa intravedere le enormi potenzialità operative (naturalmente sulla base di complesse competenze digitali)  che possono trasformare la scuola in una scuola moderna, consona ai tempi. Tutto questo impone alla politica, al governo di fare scelte importanti e veramente democratiche. Il pericolo è che la tecnologia avanzata lasci indietro le fasce sociali più deboli, per la scuola soprattutto, che già in questa fase ha manifestato le disuguaglianze nell’apprendimento dei ragazzi legato inevitabilmente alle condizioni sociali, economiche e culturali delle famiglie dalle quali provengono. Inoltre, se ciascun alunno segue le lezioni dalla sua cameretta , da solo, così come da solo opera dall’altro lato del computer il docente, questa  solitudine alla lunga stressa e induce alla malinconia. I ragazzi infatti spesso appaiono stanchi per le troppe ore trascorse al computer, la mattina seguendo le lezioni, il pomeriggio facendo i compiti. Insomma, il Covid sta cambiando le nostre abitudini, la nostra vita e tutto intorno a noi. Saremo in grado di rinnovarci integralmente senza essere sopraffatti dai cambiamenti?

domenica 22 novembre 2020

A proposito della commemorazione del sisma dell'80

 Nel quarantennale del sisma del 23 novembre 1980 che sconvolse radicalmente la vita delle comunità dell'intera Irpinia, in particolare di Sant'Angelo dei Lombardi, il mio paese, mi sorge spontanea una riflessione sulla situazione attuale, modificata in toto rispetto al "prima " del sisma e non ancora definita rispetto al "dopo" sisma. 

L'immane tragedia che si abbattè allora sulla nostra terra sconvolse non solo i luoghi, gli edifici, il paesaggio, ma soprattutto la nostra anima, la nostra mente, i nostri sentimenti, e per lunghissimo tempo.

In questi quarant'anni abbiamo sperimentato tutte le fasi dell'elaborazione del lutto, per dirla psicanaliticamente. Da una prima reazione di rabbia e di dolore, d'incredulità e di smarrimento, siamo passati a lunghi anni anni di depressione collettiva. Io sono nata e vissuta a Sant'Angelo, anche se sono andata poi ad abitare a Grottaminarda da sposata, ma ho condiviso con la mia gente ogni momento di questa tragica esperienza. Per anni mi sono recata al mio paese ogni volta che potevo e ogni volta rinnovavo il mio dolore alla vista dello strazio percepibile ovunque, nelle strade, nelle case, nelle pietre.

Vedevo la gente annichilita nell'angoscia e nella depressione, inerte, come inebetita, incapace di accettare quanto era accaduto. Oggi, a distanza di 40 anni, nonostante tutto il lavoro di ricostruzione visibile un po' ovunque c'è ancora tanta solitudine, tanta tristezza nell'animo di chi abita qui. Camminando nei vicoli, fa male percepire il rumore dei passi sul selciato, stringe il cuore il rumore assordante del silenzio. L'elaborazione del lutto non si è ancora conclusa, il dolore è divenuto cronico, forse addirittura patologico, sì patologico, e manca la speranza.

I giovani di allora, del 1980, oggi sessantenni, non hanno saputo farsi forza per spingere le nuove generazioni a superare la perdita, non hanno saputo aprire una nuova prospettiva al paese , alla comunità, a tanti giovani  che hanno alla fine abbandonato questi luoghi.

Non si è costruito un nuovo equilibrio che soppiantasse il vecchio, ma tutto è rimasto immobile e sospeso; il paese non ha saputo  riprendere in mano la propria vita, il proprio destino e si è lasciato andare alla rassegnazione, alla solitudine, senza nessuna apertura di orizzonte. 

Di chi è la colpa? Del tempo, innanzitutto, che impietoso travolge ogni cosa in  cambiamenti troppo repentini per questi piccoli paesi che non riescono a stare al passo; della politica, che riflette lo stato degli uomini che la esercitano e di quelli che la subiscono, senza nulla pretendere. A Sant'Angelo in 40 anni non c'è mai stato un ricambio vero nella pubblica amministrazione, parlo di un ricambio non tanto generazionale quanto di uno spirito nuovo, autentico, più dinamico, più consono ai tempi che viviamo. La classe dirigente si è limitata all'ordinario mentre doveva avere una visione più consapevole, più matura, in poche parole straordinaria, per dare al paese, alla gente una seconda vita. La  politica non ha risolto i tanti annosi problemi  del paese, ma si è abbarbicata a una gestione del potere chiuso in se stesso, senza aperture né prospettive. Sic omnia transeunt! 



domenica 1 novembre 2020

La chiusura delle scuole: si può dare un'anima alla DAD

 Leggo su Sole 24 ore che l'interruzione della didattica può avere effetti devastanti sul futuro degli studenti. Anche dal punto di vista economico. Non mi soffermo sull'aspetto economico e vado oltre, collegandomi ai campi di mia più stretta competenza, ossia la didattica e la psicologia che mirano alla formazione dei ragazzi in piena adolescenza.

Sul piano dell'attività didattica dico, come premessa, che mi sto prodigando con tutte le mie risorse per realizzare, per quanto possibile, ciò che è contemplato nel Piano dell'offerta formativa della mia scuola, rispettando punto per punto gli obiettivi stabiliti in termini  di conoscenze, competenze e abilità. Anzi, sul piano delle competenze ci aggiungo quelle di carattere informatico che valgono sia per gli studenti sia per me, che ne ho ricavato un poderoso arricchimento.

Ogni mattina mi preparo come se dovessi andare a scuola agghindandomi ben bene, anche se rimango in ciabatte per tutto il tempo. Ho preteso dai ragazzi che facciano lo stesso, anche se so bene che possono sempre nascondersi dietro la telecamera. Ho prescritto loro una specie di dress code: lavarsi, pettinarsi, rimanere nell'ambito ristretto della propria cameretta o comunque in un angolo appartato e solitario, munirsi di libri, quaderni, matite, evidenziatori, vocabolari. La classe mi chiama alle 8:15 con un caloroso "Buooongioooorno, prof!"

Faccio l'appello, chiedo a tutti di farsi vedere, qualcuno fa il furbo mandando in chat un messaggio che attesta difficoltà di connessione o di microfono o di telecamera. Tutto sommato, risultano però sempre presenti, tranne le solite eccezioni. La sfida quotidiana è non lasciare indietro nessuno. Comincia allora la mia comunicazione, destreggiandomi  tra uno stile colloquiale  ed esperienziale ed uno, diciamo, più  formale. 

Stranamente scopro adesso, per effetto del monitor che fa da schermo, quanto è importante saper comunicare e come il nostro modo di comunicare è unico perché la nostra storia e il nostro modo di dire le cose sono unici. Forse che la DAD riesca a mettere a nudo il saper comunicare in modo autentico e metta in condizione chi ci sta di fronte di ascoltare veramente, anche solo basandosi sulla modulazione della voce? Io sto attenta a come ognuno pronuncia le proprie parole, certi silenzi o pause mi forniscono molte più informazioni di quanto non faccia la stessa parola, e credo che lo stesso facciano loro dall'altra parte.

Io ho un buon rapporto con i miei alunni e la telecamera non m'impedisce di percepire la loro disponibilità ad accettarmi con fiducia e con rispetto. Dai loro silenzi dietro le telecamere sento l'attenzione ad ogni mia parola, il peso che ne danno, il loro bisogno di capire ciò che sta capitando nel mondo, le loro aspettative. Me lo chiedono infatti ogni giorno "prof, ma che sta succedendo? Abbiamo perso la normalità della nostra vita, siamo smarriti, quando finirà tutto questo?

Allora io, pazientemente, riannodo i fili spezzati della nostra comunicazione didattica e con la letteratura c'imbarchiamo ogni giorno alla ricerca di approdi felici!


   

giovedì 17 settembre 2020

Ripensare la scuola al tempo della pandemia da Covid-19

Stiamo vivendo un momento di grande inquietudine della nostra società, che non sarà facile eliminare brevi tempore. La pandemia da Covid ha messo in ginocchio non solo l’economia del paese provocando la chiusura di tante aziende, ma ha fatto anche emergere dal pantano dell’ordinarietà tutte le storture e le inefficienze del sistema Italia, in ogni ambito. Parlando di scuola, che rappresenta sicuramente la parte più significativa perché incide sulla formazione dei futuri cittadini della nazione, si ripropongono problemi decennali mai risolti, e parlo di edifici fatiscenti, di mancanza di aule, di laboratori, di palestre, di docenti di sostegno ai diversamente abili, ma anche di supporto agli alunni e alle famiglie in condizioni di disagio da parte delle ASL locali, di tipo psicologico-sanitario e assistenziale. Insomma, i problemi della scuola sono tanti, troppi per potere crocifiggere l’ultima ministra per inadempienze. In una più ampia visione, però, che possa avere la lungimiranza di una riforma complessiva della scuola, io comincerei a considerare l’opportunità di riorientare i compiti degli insegnanti secondo un’etica di responsabilità, rivolta non solo agli studenti e alle loro famiglie, ma addirittura alla società in generale. Mi ritorna in mente la lezione di F. De Sanctis: “Le scuole stanno come di mezzo tra i sapienti ed il popolo” e contrapponendo moralisticamente i giovani ai vecchi li distingueva come portatori gli uni di idee eterne e celesti gli altri di interessi, per cui diceva ai giovani: “... se voi vi faceste l’eco passionata dell’interesse vestito di passione... voi scendereste infino al popolo, voi usurpereste al popolo, trista usurpazione, la sua leggerezza e ignoranza.” Probabilmente mi si accuserà di pensare ad una scuola ideale distante mille miglia dalla realtà, ma la scuola oggi cosa è diventata? Come forma e come educa le nuove generazioni? Non vediamo forse nella società il dilagare di comportamenti scorretti e sempre più spesso ispirati a violenza gratuita? Non ci accorgiamo che sui social si manifestano ignoranza, protervia, arroganza e chi più ne ha più ne metta di cose negative? La scuola si interroga sul risultato delle sue finalità educative? Cosa manca allora alla scuola di oggi se non la pratica delle buone idee, che rimangono invece in bella mostra su quintali di carte che nessuno legge? Io, come insegnante in un liceo dove pure ci sono tanti studenti eccellenti, motivati e sensibili, vedo il pericolo insito nella pedagogia imperante che è facile, gaia, tutta protesa a vezzeggiare gli alunni più di quanto non facciano già le famiglie. Nella scuola tutto concorre a rendere i giovani sempre più deresponsabilizzati, facilitati nel percorso scolastico da un clima lassista, di gioiosa spensieratezza, dove chi fa e chi non fa avanza allo stesso identico modo, senza lode e senza biasimo. Nel patetico tentativo di rincorrere il nuovo ad ogni costo anche la scuola è caduta nel pantano del consumismo, del tutto facile e subito, mandando in soffitta tutti i valori di una sana educazione. Certo è che l’intera società ricerca l’agiatezza, il comfort ad ogni livello, il divertimento ad oltranza, ma la scuola doveva essere come un faro, una guida, uno sprone al raggiungimento dei più elevati traguardi, ed invece… Invece, non è così. La scuola si adegua al mondo che va in rovina, non crede più in se stessa, smarrisce la propria identità, rincorre modelli alieni alla sua funzione, non sa più qual è la strada maestra, gareggia per un primato di quantità piuttosto che di qualità. E allora si adopera in mille progetti, in tante attività che alla fine sfiancano senza ricadute, se non poche, sulla reale crescita umana e culturale dei ragazzi. Di conseguenza, se la stessa scuola è occupata in attività che distraggono dallo studio vero, come si può immaginare che i ragazzi studino a casa, in proprio, con sacrificio, quando di questo nessuno gliene renderà merito? Diceva G. Lombardo Radice, in un vecchio saggio di pedagogia “Io vedo in ciascun alunno le piaghe morali legate a tutto un modo di essere di una civiltà. E me ne faccio un problema.” Il rischio palese è che la scuola stia diventando un’istituzione senza identità, soppiantata nella sua funzione sociale dai miracoli di Internet, di fronte ai quali i suoi insegnanti vengono mortificati, se non hanno le giuste difese. Gli insegnanti… anche questi non rispondono più da tempo ai canoni dell’educazione sostanziata di principi morali interiorizzati. Oggi sono preferiti i tecnici dell’insegnamento e gli esperti della burocrazia. I nuovi Dirigenti scolastici li privilegiano in quanto questi forniscono supporto alla gestione e organizzazione delle attività; gli altri insegnanti, quelli che trasmettono la propria saggezza ai ragazzi con le strategie messe in atto nella quotidianità del loro lavoro scolastico, sono messi ai margini. Funziona così: la scuola è un enorme carrozzone che deve andare avanti comunque. Gettare un fascio di luce sulla figura di questo insegnante che è assolutamente prioritaria in qualsivoglia processo educativo deve essere il punto di partenza per una nuova scuola. Bisogna quindi ripartire dalla cultura e valorizzarla al meglio nella istituzione che le è propria. Chi, se non l'insegnante colto, sa efficacemente utilizzare le sue conoscenze, sa ricomporre l'unità del sapere e scomporla per offrire agli alunni quei nuclei concettuali fondanti della propria disciplina, che sono poi le strutture culturali di base, che rendono, infine, capacità di analisi e di riflessione? Come non parlare di cultura, di una didattica della cultura, che è la sola in grado di assicurare la formazione della personalità, che mette in condizione il giovane di sapersi porre in relazione con gli altri, le cose, il mondo? E' l'insegnante colto che assicura alla persona la capacità di esprimersi e di comunicare, il gusto delle cose belle, la gioia di impegnarsi a fare, la capacità di osservare con onestà la realtà, l'apertura al mondo e a ciò che va oltre il contingente. “Non si insegna quello che si vuole; dirò addirittura che non s'insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: s'insegna e si può insegnare solo quello che si è” diceva quel Jean Jaurés, filosofo e politico francese. La cultura rende pressoché inutile insistere su queste o quelle competenze tecniche che l'insegnante deve pur avere, perché si può anche riuscire nell'intento di fornire un quadro di formazione tecnica, ipotizzabile per tutti, ma l'insegnamento non è questo, o quanto meno, non solo questo. Parlo perciò di stile educativo. La stessa pedagogia non serve a formare gli insegnanti, da sempre la cultura è la regola prima del maestro, oltre questa non c'è che l'esercizio magistrale, la professione. E “l'esercizio magistrale non si può concepire come applicazione di regole bell’ e pronte, ma come la stessa cultura nel suo cimento, nella sua adeguazione alla mente del discepolo. Il cimento è vario, nuovo ogni volta, imprevisto e imprevedibile. La classe di un anno non è quella di un altro; mutano gli alunni, muta lo stesso insegnante, perché l'uno e l'altro vivono e si trasformano; un alunno non è un altro alunno; il medesimo alunno è in una situazione spirituale sempre in nuovi modi: è la vita così ricca. Il maestro quindi se ha un'organica cultura trova sempre la sua via, altro che regole! La migliore preparazione è e sarà sempre una cultura disinteressata, non professionale, l'insegnamento non può essere concepito come una vocazione. Infatti che senso ha dire che un uomo può avere la vocazione di figlio, padre, cittadino? Egli si deve proporre nel suo essere uomo, che sappia essere figlio, padre, cittadino. Queste le parole di G. Lombardo Radice. Rossana Cetta

martedì 8 settembre 2020

Ripensare la scuola al tempo della pandemia da Covid-19 (seconda parte)

Quando si parla di scuola non bisogna mai dimenticare che essa non è un’azienda dove un datore di lavoro distribuisce incarichi e gestisce i propri dipendenti. La scuola è una comunità di uguali che presta un servizio alla collettività, svolge un compito di salute pubblica, che alla fine è una missione. Una missione molto elevata e difficile, poiché presuppone nello stesso tempo, arte, fiducia e amore. Voglio riassumere i tratti essenziali di tale missione, secondo il pensiero di Edgar Morin in LA TESTA BEN FATTA: • Fornire una cultura che permetta di affrontare i problemi fondamentali • Preparare le menti a rispondere alle sfide che pone la crescente complessità dei problemi • Preparare le menti ad affrontare le incertezze, in continuo aumento, non solo facendo conoscere la storia incerta e aleatoria dell’Universo, della vita, dell’Umanità, ma anche favorendo l’intelligenza strategica e la scommessa per un mondo migliore • Educare alla comprensione umana fra vicini e lontani • Insegnare l’appartenenza alla propria storia, alla propria cultura, alla cittadinanza repubblicana e all’Europa • Insegnare la cittadinanza terrestre, proponendo lo studio dell’umanità nella sua unità antropologica e nelle sue diversità individuali e culturali. Queste finalità educative sono legate fra loro e devono nutrirsi a vicenda. Esse devono suscitare la rinascita della cultura attraverso la connessione delle due culture (umanistica e scientifica) e contribuire alla rigenerazione della laicità e alla nascita di una democrazia cognitiva. Ciò premesso, se cambiano le finalità non possono non cambiare radicalmente i modelli organizzativi. Oggi la scuola italiana paga pesantemente lo scotto di riforme inadatte, confuse e aleatorie messe in atto da governi di sinistra e di destra, indifferentemente, da almeno trent’anni. Diciamo che da quando è stata cancellata la riforma Gentile, con la sperimentazione prima del nuovo esame di maturità e poi con tutto ciò che ne è seguito, essa è stata a poco a poco depauperata della sua forza democratica e propulsiva nonché educativa nella società italiana. Ma sorvoliamo su tutto questo, e parliamo di organizzazione interna della struttura scolastica, che per conto sua fa anch’essa molti danni, se non altro favorendo discredito sociale e frustrazione negli insegnanti, quelli veri. Da quando, nel 1997, L’Autonomia è entrata nell’ordinamento giuridico, con il trasferimento alle scuole di un numero crescente di poteri decisionali, nelle scuole di tutta Italia non c’è più pace. Si registra ovunque un parossismo assurdo per il quale si rincorre inutilmente il successo che si misura sul numero dei promossi ogni anno, sui progetti per l’ampliamento dell’Offerta formativa, sulla capacità manageriale del Dirigente e chi più ne ha più ne metta. Basti pensare alla nuova terminologia, al nuovo linguaggio che ha preso piede nella scuola. Un linguaggio prettamente burocratico, privo di sostanza, che si articola in acronimi ridicoli e ridondanti come PAI, PEC, POF, PTOF, PON… Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la scuola buona ed efficiente. Il trasferimento di poteri decisionali dal Ministero alle singole scuole non ha riguardato solamente questioni di natura amministrativa e gestionale, ma ha modificato anche il progetto educativo nel suo insieme e il modo per costruirlo. Il cosiddetto Piano dell’Offerta formativa vede un modello di scuola fortemente diversificato non solo su base regionale, ma addirittura su base territoriale, per cui esistono scuole di eccellenza e scuole abbandonate senza la minima risorsa. Si pensava, al tempo dell’Autonomia, che un’offerta unica ed uguale per tutto il territorio nazionale fosse superata ed anacronistica, eludendo, però, i rischi di un modello educativo differenziato, sia pure solo su base regionale. Come hanno fatto a non pensare al secolare gap tra Nord e Sud del paese? Come hanno potuto concepire un così largo margine a scelte educative fondamentali per le nuove generazioni? Oggi i contenuti e i metodi si adeguano alle idee dei Ds, che si succedono a cadenza triennale quando tutto va bene, alle situazioni politiche nazionali e periferiche, al concorso di volontà, spesso solo sulla carta, all’interno del quale intervengono come attori, oltre agli addetti ai lavori, anche i fruitori del servizio (studenti, famiglie) e gli stakeholder istituzionali e sociali (enti locali, imprese, etc.). La scuola è dunque diventata un sistema organizzativo complesso e tale complessità ha imposto, fra gli altri, il tema del middlemanagement, nato in ambito aziendale nel mondo anglosassone a partire dagli anni Sessanta e poi allargatosi alle pubbliche amministrazioni e di conseguenza alle scuole. In ambito scolastico la conseguenza più vistosa è stata la totale arbitrarietà del Dirigente ad affidare deleghe a docenti scelti non sulla base di specifiche competenze, ma spesso per il solo bisogno di circondarsi di persone compiacenti a suo servizio, anche rispondendo a logiche clientelari proprie della politica. La gestione affidata ad operatori intermedi non funziona, genera disuguaglianze e frustrazioni tra persone di pari dignità, le quali non collaborano volentieri, non si confrontano, accettano supinamente le direttive del dirigente, esposte in un immenso materiale cartaceo fatto di copia e incolla. Negli ultimi tempi questo sistema delle deleghe ha determinato nelle scuole un incremento spaventoso della burocrazia e gli specialisti della burocrazia limitano progressivamente le competenze e le responsabilità di tutti gli operatori della scuola. “Questi sono condannati all’accettazione ignorante delle decisioni di coloro che si ritiene che sappiano, ma la cui intelligenza è spesso miope, perché parcellizzata ed astratta”, come dice E. Morin. Inoltre, l’autorità di questi esperti, che il più delle volte neanche insegnano o non lo fanno bene perché impaludati nelle carte, sta suscitando un deperimento democratico nella scuola, oltre che un decadimento della qualità dell’istruzione. Quale prospettiva per il futuro? Dare maggiori responsabilità ai singoli docenti, dando a ciascuno la facoltà di operare secondo le proprie conoscenze e competenze, nel rispetto delle finalità prefissate dallo Stato uguali per tutti e declinate in obiettivi specifici calibrati sugli alunni delle singole classi. Basta con la burocrazia inutile e dispendiosa nella scuola! Rossana Cetta

martedì 1 settembre 2020

Ripensare la scuola in piena pandemia da Covid-19

In questi giorni si fa un gran parlare di come la scuola deve ricominciare in totale sicurezza sanitaria per gli alunni, per i docenti e tutto il personale addetto. Le Indicazioni del Comitato tecnico scientifico offrono alcune soluzioni, ma al momento si registra un conflitto che sta sfociando in polemiche pesanti circa le innumerevoli responsabilità dei Ds, dei docenti e delle famiglie. La circostanza m’induce però ad una serie di riflessioni sull’opportunità che tale circostanza offre di ripensare in toto la scuola, sia per quanto concerne le strutture edilizie sia per i contenuti e le modalità dell’apprendimento. Cominciamo dallo spazio in cui si esercita l’attività didattica. La scuola è anche questo. All’evoluzione della scuola come Istituzione fondamentale per la formazione di buoni cittadini, fa riscontro l’evoluzione dell’edificio scolastico. La storia della scuola rispecchia puntualmente la trasformazione dei rapporti di potere fra le classi sociali e la storia dell’architettura scolastica esprime quei rapporti e le concezioni della funzione educativa della società. E dunque, a parte le mascherine, l’igienizzante, il distanziamento di almeno un metro, l’elemento fondamentale di cui in questo momento si ha un assoluto bisogno è lo spazio. Non solo la mia scuola, ma sicuramente tutte le scuole d’Italia in questo momento hanno bisogno di spazio, e come ricavarlo da edifici vecchi e aule anguste quando non fatiscenti, se non accogliendo una concezione diversa, tutta moderna degli spazi interni? L’idea mi è venuta lavorando ad un progetto per una biblioteca nella mia scuola, la quale pur possedendo un patrimonio librario di qualche rispetto, non ha mai avuto uno spazio adeguato ad una sistemazione funzionale. I libri sono depositati in vecchi scaffali polverosi e in remoti ripostigli insieme a riviste, CD, DVD, videocassette e altro. Inutile dire che il rischio sotteso è che i libri stanno diventando oggetti non più in voga, alla stregua dei dischi di vinile, sconosciuti ai ragazzi di oggi. Lo so, è un paradosso che proprio la scuola, che ha il compito di insegnare ad amarli, li releghi poi nel dimenticatoio, ma la realtà è questa. Nella mia scuola non c’è spazio per i libri. Il problema l’ho sollevato negli anni ripetutamente, ma sempre mi si diceva che non disponiamo di un vano e nemmeno di personale qualificato. Ebbene, navigando nella rete mi sono resa conto che la questione spazio è superata già da qualche tempo da una nuova concezione tutta moderna degli spazi interni degli edifici scolastici. Ho visto in altre realtà una semplice riorganizzazione degli spazi secondo una logica di funzionalità e flessibilità consoni a sistemi di insegnamento più avanzati. Non è necessario ristrutturare gli edifici tradizionali abbattendoli del tutto con enorme dispendio di denaro, ma occorre solamente fare propria una concezione dello spazio distante dal modello tradizionale. D’altra parte, anche a leggere le Linee Guida per le architetture interne delle scuole, quelle rinnovate ed approvate nel 2013 su proposta del ministro Profumo, si evince una concezione dello spazio distante dal modello di organizzazione della didattica, rimasto ancorato alla centralità della lezione frontale in aula. Gli spazi di una scuola moderna devono essere flessibili, funzionali a nuove pratiche. Per esempio, mentre in una scuola tradizionale tutti gli spazi sono sempre subordinati alla centralità dell’aula rispetto alla quale i corridoi sono utilizzati solo per il transito degli studenti, luoghi vissuti come “altro” rispetto all’aula, in una scuola 3.0 anche i corridoi diventano uno spazio unico integrato nella pratica didattica. D’altronde tutte le scuole dispongono di ampi corridoi dove spesso i ragazzi uscendo dall’aula s’intrattengono per discutere tra loro, ripetere le lezioni, ascoltare musica o semplicemente per bighellonare lontani dalla noia della lezione. Quanto sarebbe bello, invece, se i corridoi diventassero anch’essi luoghi di apprendimento, spazi modulari e polifunzionali in grado di rispondere a contesti educativi sempre diversi! Immagino un open space, uno spazio unico integrato in cui anche i microambienti siano finalizzati ad attività diversificate con la stessa dignità delle aule e dei laboratori, in grado di accogliere persone in ogni momento. Sono sicura che nei corridoi delle nostre scuole si possono collocare piccole scaffalature a colori vivaci, tavolini e sedie raggruppabili secondo le esigenze del momento, poster colorati, segnaletica accattivante e chiara, computer collegati alla rete… E ovviamente libri, tanti libri, collocati a scaffali aperti, facilmente consultabili, anche libri di testo, quelli che i docenti ricevono in saggio, messi lì bene in vista per chiunque ne abbia bisogno. Insomma, la sfida è una scuola che spinga alla lettura spontanea, piacevole e divertente e non ad una mera attività utile per l’apprendimento, cosicché i ragazzi possano apprezzare la cultura e conquistarla come atto critico, creativo e non omologante. Inoltre, vista la necessità di coinvolgere nella vita scolastica le varie istituzioni territoriali, tanto vale estendere gli spazi anche all’esterno, offrendosi alla comunità locale come un Centro di Educazione Civile permanente, in grado di valorizzare il territorio rispondendo a reali e concrete istanze sociali. Insomma, la scuola del futuro deve abbattere muri e pareti per costruire una nuova comunicazione!

sabato 16 maggio 2020

Di quarantena si può morire

 45° giorno di quarantena.
Ho messo 2 Kg abbondanti di peso corporeo;
sono sull'orlo di una crisi di nervi;
di notte non dormo bene, di giorno non riesco a rilassarmi né a riposarmi, nemmeno con dosi massicce di camomilla nostrana!
Vado in tilt per un nonnulla, sono esausta!
Nella prima settimana di forzato isolamento mi sono sentita a mio agio nella mia bella casa, con tanto tempo a disposizione tutto per me, senza l'assillo della sveglia alle 7 del mattino, l'ansia di prepararmi per andare a scuola con trucco, parrucco e abiti scelti a seconda dell'umore o del tempo, se bello o brutto.
A dire il vero, ultimamente tutto ciò era diventato abbastanza faticoso; mi capitava sovente di ripetere a me stessa "la vecchiaia comincia a farsi sentire"; alzarmi ogni mattina alle 7 cominciava a pesarmi ogni giorno un poco di più, ma una volta entrata in classe, quasi per miracolo, mi ingagliardivo e provavo un immenso piacere a dialogare coi ragazzi di letteratura, di latino o di storia. La stanchezza si dileguava e potevo andare avanti anche per l'intera mattinata senza stancarmi.
Il difficile veniva dopo, a casa, luogo della mia eterna frustrazione, dove mi aspettavano al guado le quotidiane incombenze: lavare, stirare, cucinare, fare la spesa, tutto nelle ore di un ristretto pomeriggio invernale, quando il tempo manca e la luce pure.
Tempo per me stessa, per socializzare, svagarmi o dedicarmi alle mie attività preferite, niente! Manco a parlarne! Non avevo tempo, di corsa tutto il giorno, e così passavo le giornate, e così scorreva la mia vita!
E dunque, dicevo, nella prima settimana di quarantena non mi sembrava vero poter disporre di un'intera giornata senza altri impegni, per così dire ufficiali. Ho cominciato a fare grandi pulizie programmando giorno per giorno una sanificazione di tutti gli ambienti, con tutti i mezzi di cui dispongo: folletto, vaporetto, lucidatrici, detergenti disinfettanti e profumanti. Poi sono passata a godermi la cucina: impastare pizze, focacce, pasta, dolci che non avevo mai fatto prima è stata un'esperienza per me gratificante, disporre poi di tutti gli ingredienti possibili nell'immediato mi riempiva di gioia. Già, siamo andati come all'arrembaggio nei supermercati a fare provviste di ogni genere e specie. Il frigorifero, che prima ansimava  nel vuoto, si è improvvisamente riempito di ogni bendidio; dirò, esso è diventato in questi giorni il simulacro del piacere, del gusto e anche della voglia di vivere consumata a tavola. Non più pranzi veloci trangugiati nella fretta, ma finalmente simposio familiare da consumare in tutta calma.
Poi, però, soddisfatta la bramosia, è arrivata implacabile la noia! Ah, la maledetta noia, che ci attanaglia fino a toglierci il respiro! Adesso basta! Voglio uscire, voglio vedere gente, sentirmi viva! Basta ciabattare per casa con gli occhi cerchiati, i capelli in disordine, il viso pallido e smorto. Dov'è la vita, se non fuori, all'aria aperta, in mezzo al frastuono, al baccano che fanno le auto, alle voci dei vivi che lavorano, agiscono, fanno, come sempre hanno fatto gli uomini e le specie viventi su tutta la terra? Ho voglia di contatti, umani o animali che siano non ha importanza, ho voglia di sentirmi parte della natura, della vita, e questo me l'ha sussurrato stamani un merlo nero con il becco giallo, ospite del mio giardino!